18 marzo 2007: l"incipit


"Vieni a fare un giro dentro di me
o questo fuoco
si consumerà da sè.
E se una vita finisce qua
quest'altra vita
presto comincerà"

Con parole di altri (gli Afterhours), apro questo blog, con il fuoco che spero non si spenga mai.
Ho scritto molte parole, forse inutili o banali, o forse interessanti, irriverenti e divertenti.Le ho pubblicate altrove, ma a volte capita che dopo una giornata al mare si torni a casa solo con la sabbia nelle scarpe.
Ecco spiegato, quindi, il perchè di post retrodatati.
E' iniziata anche questa avventura..davanti, l'orizzonte. Sconosciuto. E per questo, assolutamente elettrizzante!
Buona lettura a tutti!


04 novembre 2008

My America

In quest'ultimo anno sono stata tre volte in America, per periodi più o meno lunghi, ed in zone differenti di questo grande continente.
Il popolo americano è stupefacente; dove c'erano le Torri Gemelle oggi ci sono gru, persone in sosta a pregare, curiosi, turisti. Ma ci sono anche tutti i progetti di ricostruzione o di costruzione di un' "altra cosa" che sia sì "di riempimento", ma fondamentalmente di memoria.
Ero lì l'11 settembre dell'anno scorso; in quella città meravigliosa che è New York. Ero in taxi sul ponte di Brooklyn e nel cielo si innalzavano le due grandi luci che ora ci sono al posto delle Twin Towers.
Ero l' in quel giorno di celebrazione, non c'era nessun astio verso nessuno.
Solo voglia, tanta, di ricordare nel rispetto e con dolore i molti morti, le molte vittime ed i molti eroi. Vicino alle Twin Towers c'è una stazione dei pompieri; la prima unità che in quel giorno del 2001 si è mossa a spegnere quello che sembrava essere inizialmente un incendio.
Ora la porta del garage da dove escono normalmente le autobotti è perennemente aperta; sui muri ci sono foto di uomini e ragazzi che sono usciti da quella porta con la propria squadra pensando di andare a sedare un incendio.
E che non sono più rientrati da lì.
Da allora ci sono sempre fiori freschi ai lati della strada di quel garage. E' diventato un luogo di "necessario" passaggio e commemorazione.
Non ho mai sentito nè visto in quest'anno nessun americano guardare male o di sbieco qualcuno solo perchè indossava un chador o perché aveva la lunga barba nera, come invece a volte capita qui da noi.
Ho visto solo gli occhi lucidi di chi ha ogni giorno sotto gli occhi il ricordo di un massacro che ha colpito chiunque, anche se al di là del Pacifico.
Ho visto invece manifestazioni contro la guerra in Iraq, con gli occhi speranzosi che quelle rimostranze potessero far finalmente tornare a casa con le proprie gambe i figli, gli amici, i fratelli, spediti da un Governo a combattere "il nemico".
Ho visto spille e striscioni e volantini pro Obama anche nel più sperduto paesino della California, all'interno del vaso e solitario parco di Yosemite. Ho visto la cordialità e generosità di una gente che è stanca di soffrire e tremare al pensiero di un parente con in braccio un fucile e la testa piena di incubi, perché obbligato a "servire il proprio Paese".
Ho potuto scorgere quella voglia di Nuova Frontiera che già prese gli animi degli americani negli anni Sessanta.
Ho visto le molteplici misure di sicurezza per andare ovunque, anche solo per entrare in un museo sulla storia dei natii d'America.
Perché purtroppo "il nemico" è tra loro, tra noi, ovunque. Questa è l'eredità che abbiamo avuto.
Non hanno paura "del musulmano" ormai. Hanno piuttosto paura di soffrire ancora per l'azione di una qualsiasi persona fomentata da presunte motivazioni religiose, politiche, economiche.
Sono in attesa di un cambiamento.
Hanno paura di chi non riescono più ad identificare precisamente, ubriacati dai molteplici segnali politiche che li hanno indotti a credere ora fosse Bin Laden, ora Saddam, ora l'Afghanistan ora l'Iran. Ubriacati dalla leva del terrore che dai vertici politici viene costantemente azionata.
Camminando si vedono moltissime famiglie con bimbi al massimo di 7 anni; come se solo da qualche anno a questa parte gli americani avessero inteso quanto sia importante avere accanto qualcuno che si ama e da cui essere amati. Come se avessero paura di perdersi la vita; come se fosse necessario dimostrare al mondo intero di essere in grado di rialzarsi, pronti a rimboccarsi le maniche per ricostruire ciò che è andato distrutto, edificio o economia, status o affetti che sia.
La voglia di ricostruzione è palpabile in ogni angolo ed in ogni dove; sembrano tutti mossi da un'irrefrenabile necessità di "fare".
C'è una frase di Lord Acton che dice "La libertà è non un dono ma una conquista; è uno stato non di riposo ma di sforzo e crescita...non un dato ma uno scopo...il prodotto lento e il risultato più alto della civiltà".
Sembrano conoscere tutti queste parole.
Mi auguro che vogliano cambiare e non lasciarsi più attrarre da quel finto e nocivo paternalismo che finora ha nascosto solo i più biechi interessi privati e le personali avidità di ricchezza e potere.
Mi auguro di non aver travisato, nel corso di tutte le mie visite, il loro credere fermamente ad una promessa di rinnovamento di un giovane uomo nero.
Sarebbe il tradimento più grande che gli stessi americani si farebbero. Perché rinuncerebbero a ciò che credono e sentono, facendo fermare i loro passi da una paura troppo grande.

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