18 marzo 2007: l"incipit


"Vieni a fare un giro dentro di me
o questo fuoco
si consumerà da sè.
E se una vita finisce qua
quest'altra vita
presto comincerà"

Con parole di altri (gli Afterhours), apro questo blog, con il fuoco che spero non si spenga mai.
Ho scritto molte parole, forse inutili o banali, o forse interessanti, irriverenti e divertenti.Le ho pubblicate altrove, ma a volte capita che dopo una giornata al mare si torni a casa solo con la sabbia nelle scarpe.
Ecco spiegato, quindi, il perchè di post retrodatati.
E' iniziata anche questa avventura..davanti, l'orizzonte. Sconosciuto. E per questo, assolutamente elettrizzante!
Buona lettura a tutti!


26 maggio 2008

Intervista a Mogol

Chiacchierando a tratti, col cellulare, durante un suo viaggio in macchina, ecco quello che ci ha detto Mogol, alias Giulio Rapetti, il piu’ grande autore di testi che la canzone italiana abbia mai avuto.
I testi da lui scritti sono piu’ di 1500 e ha collaborato con i piu’ grandi artisti di ieri e di oggi (tra tutti il longevo rapporto con Lucio Battisti, ma anche con Adriano Celentano, Riccardo Cocciante e Mina).
Mogol, come una divinità della parola, viene erroneamente definito “paroliere”; ma è un termine quanto mai inappropriato, se se ne considera il riduttivo senso, (come dire a uno scrittore che è uno scribacchino!) e si tiene inoltre in considerazione la denominazione specifica della SIAE (autore di testi, per l’appunto).


E i testi sono fatti di parole…per cui, signor Mogol, che valore ha per lei la parola?
La parola è tutto, è il mezzo di comunicazione che abbiamo oltre alla scrittura. Se gli animali hanno i loro specifici versi, noi abbiamo la parola per esprimere ciò che si pensa e si sente. E’, quindi, essenziale.

Nonostante la sua enorme produzione, c’è ancora qualche argomento che non ha toccato e che vorrebbe invece quanto prima affrontare?
Io non parto mai dal “progetto canzone”, scrivo per musiche che mi piacciono quello che in quel momento mi suggerisce la musica stessa. Non parto mai da un progetto di argomento, parto dall’atmosfera della musica e da quello che credo sia il testo da tracciare, quello che penso sia adatto a quell’atmosfera.

Il suo processo compositivo, per lei, è piu’ come un parto, uno svuotamento, o piuttosto è un momento di liberazione dei pensieri?
Tutte queste cose, direi. Parto, svuotamento e liberazione sono per me la stessa cosa; si tratta di liberare quello che c’è dentro attraverso un’atmosfera. Io mi ricollego il piu’ possibile alla vita, quindi il mio processo compositivo è un mix di queste tre cose; non sono un autore di fantasia, sono un autore di cronaca; quando scrivo cerco di ripensare a momenti della mia vita, a qualcosa che ho sentito, cerco di rimanere calato, immerso in un discorso di rapporto umano che sia reale.
Non studio argomenti per far presa, scrivo quello che vedo vivere e che vivo.

A proposito di finzione, o di pseudo finzione, che cosa ne pensa di quei programmi televisivi finalizzati a creare -o portare alla luce, dipende dai casi- presunti talenti artistici?
Noi abbiamo una scuola molto seria, il CET, una scuola di valenza mondiale ormai, che, ovviamente ha altri obiettivi rispetto a questi programmi. Lo spettacolo della scuola, lo spettacolo televisivo, ha come obiettivo quello di interessare la gente, il CET quello di valorizzare e migliorare la qualità degli artisti, sono due obiettivi diversi.

A proposito del CET (Centro Europeo di Toscolano, un’associazione no profit per lo sviluppo della cultura e della musica) ci può parlare di come sia nato questo progetto?
Il CET è nato dal fatto di voler creare e rafforzare una qualità della musica popolare. Oggi il fatto creativo si stava indirizzando verso il marketing e questo non porta a migliorare la cultura, ma piuttosto sprona a cercare d’arrivare al livello di tutti. Non è un modo di ragionare che porta a salire, però, bensì a scendere. Il CET invece persegue l’ascesa, ed è diventato un’università,-tant’è che ai nostri allievi diamo anche i crediti-, proprio per attestare ulteriormente una necessaria formazione academica di alto livello.


Il prossimo 7 giugno, al Forte di Bard in Valle D’Aosta verrà premiato il vincitore della prima edizione del Premio Mogol, un riconoscimento appositamente istituito dall’Assessorato Istruzione della Regione Val D’Aosta per il miglior testo dell’anno.
A comporre la commissione esaminatrice, una Giuria Ufficiale -presieduta dallo stesso Mogol- e composta da Barbara Palombelli, Aldo Cazzullo e Linus. Loro compito è stato scegliere il miglior autore all’interno di una short list di 35 brani.
Vincitore di questa prima edizione è stato decretato Jovanotti, per la sua canzone Fango, singolo uscito nel dicembre 2007 e successivamente inserito nel suo ultimo album Safari. Inevitabile, dunque, chiedere a Mogol il perché di questa scelta..

Jovanotti ha scritto un testo che a mio parere è di una poesia attuale; se la poesia di per sé è espressione di un’emozione, tuttavia non tutte le poesie-anche tra quelle che si studiano a scuola!- danno emozioni. Sono convinto infatti che il valore poetico non sia riconducibile a compiacenze letterarie od effetti particolari appositamente creati per suscitare emozioni.
Per me la poesia è aderenza alla vita senza né filtri né riserve, che può portare alla gioia oppure alla lacrima; è gusto o disgusto, tenerezza o rabbia, è istinto ed impulso, delusione profonda annacquata dalla rassegnazione.
La poesia è passato e presente che si incontrano, o si scontrano. Ma soprattutto è innocenza e sincerità.
Ho riscontrato profonda sincerità in questo testo, un’esigenza assoluta di esprimersi che è palpabile nelle sue parole. Il discorso della bellezza, della speranza e del fango mescolati è secondo me un discorso di grande autenticità. Inevitabile, quindi, premiarlo.
Anche perché questo premio credo che incentivi veramente la creatività autentica; non è un premio che si conquista con un favore, ma piuttosto un premio dato a quello che crediamo profondamente sia stato il meglio.

A proposito di questo premio, esso consiste in un tatà, cioè un antico giocattolo valdostano raffigurante un cavalluccio su due ruote. Come mai avete deciso di simbolizzare un premio ad un autore con un giocattolo del genere? Che relazione c’è?
Per me la poesia sono grida disperate contro l’ingiustizia, ma soprattutto è innocenza; cosa c’è, dunque, di piu’ innocente di un giocattolo di bambino? Quale è la cosa che appartiene per eccellenza al mondo di un bambino? Il proprio giocattolo.
Anche se apparentemente non sembra, quindi, a ben guardare, c’è una grande relazione tra il premio come concetto ed il premio come oggetto, anche se devo riconoscere che è una corrispondenza che non è stata cercata, ma che è spiuttosto saltata fuori, come fosse stato il destino. La decisione di dare un tatà, infatti, è stata della Regione Val D’Aosta, molto legata alle proprie tradizioni e a questo antichissimo ed importante giocattolo. Trovo che questo premio sia bellissimo; senza contare che ha certamente il valore aggiunto di legare il riconoscimento tecnico-artistivo con la purezza, la spontaneità e l’innocenza.

Il Premio Mogol è dunque un premio alle capacità artistiche di un autore di testi; ma la comunicazione oggigiorno è diverso rispetto ad un tempo. Secondo lei com’è il modo attuale di comunicare attraverso le canzoni? Ritiene sia cambiato? Crede ci siano dei valori aggiunti o piuttosto delle qualità in meno rispetto a prima?
Credo che la comunicazione di oggi sia fondamentalmente piu’ diretta, anche se non sempre; come nel passato, ci sono testi belli e meno belli, ma è normale. Non sono mai stato troppo favorevole all’ermetismo, anche perché poi un autore quando è ermetico forse in fondo vuole esserlo solo per ottenere del credito, ill che sminuisce il messaggio che in ogni caso si è prodigato a diffondere. Non amo chi vuole essere volutamente complicato; io quando mi esprimo cerco di farmi capire dalla gente. La comunicazione di oggi è piu’ diretta e quindi piu’ aderente alla vita; è per fortuna un adeguamento alla comunicazione globale fra gli uomini. Questo è sicuramente un valore aggiunto.

Pensa che questo modo di comunicare piu’ diretto sia una delle poche cose positive del mondo discografico attuale o ne salva anche qualcos’altro?
Credo che la creatività e l’industria discografica siano due cose distinte. I discografici poverini hanno i loro problemi a sopravvivere, dato che la cultura attuale ritiene che la musica vada regalata -e spero che questa credenza non si diffonda anche nel mondo dell’industria o si andrebbe in rovina!-. La discografia di per sé non è creativa, è una industria che sta dietro ai creativi che scrivono; se loro sono piu’ diretti, è certamente un miglioramento generale per la discografia, sempre che la scrittura sia spontanea e non piuttosto un mezzo per fare successo, con un valore artistico inferiore.
C’è ovviamente una enorme differenza tra una canzone molto bella ed una fatta per ottenere successo; sicuramente le canzoni belle sono quelle che restano. Per quanto mi riguarda, sono stato in questo senso molto fortunato, però ho anche cercato di aiutare la fortuna, cercando di essere sempre molto sincero. Se dovessi scrivere seguendo delle formule, sicuramente non avrei piu’ un contatto con il pubblico. Cerco sempre di rapportarmi alla vita, alle cose che vivo o che ho vissuto, che dico o che ho detto; la vita è di per sé ispiratrice autentica.

Prima abbiamo parlato di bambini ed innocenza; com’è stato vedere suo figlio Francesco quest’anno sul palcoscenico dell’Ariston?
Francesco si è conquistato la mia stima attraverso il lavoro, cosa difficile perché le assicuro che non sono morbido come padre, non mi accontento tanto, anzi. Da quando mi ha detto di voler fare un disco, sono passati 12 anni per realizzarlo; è diventato nel tempo un ottimo autore, molto studioso, e non ha mai mollato.
Senza contare che al giorno d’oggi trovare qualcuno che ti promuove un disco non è facile; io ho vissuto in tempi in cui bastava portare un disco carino e ti promuovevano subito, adesso è molto difficile, soprattutto se non si ha un grande nome.
Credo che l’album che ha realizzato sia molto bello, non potrei che provare orgoglio, quindi, per questa sua carriera.

Il viaggio è finito, gli impegni lo richiamano all’ordine e con l’immagine di un orgoglioso padre che mi gira il contatto per avere il disco del figlio, certo che ne potrei apprezzare le sue qualità artistiche, termina la mia lunga conversazione con Mogol.

-Intervista pubblicata su Lineamusica.it il 25.05.08-

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