18 marzo 2007: l"incipit


"Vieni a fare un giro dentro di me
o questo fuoco
si consumerà da sè.
E se una vita finisce qua
quest'altra vita
presto comincerà"

Con parole di altri (gli Afterhours), apro questo blog, con il fuoco che spero non si spenga mai.
Ho scritto molte parole, forse inutili o banali, o forse interessanti, irriverenti e divertenti.Le ho pubblicate altrove, ma a volte capita che dopo una giornata al mare si torni a casa solo con la sabbia nelle scarpe.
Ecco spiegato, quindi, il perchè di post retrodatati.
E' iniziata anche questa avventura..davanti, l'orizzonte. Sconosciuto. E per questo, assolutamente elettrizzante!
Buona lettura a tutti!


15 maggio 2008

Intervista ai Sud Sound System

Parliamo con i Sud Sound System...alle nostre domande risponde Nando..


Come nasce il progetto dei Sud Sound System?
Il sud sound system nasce per caso. Alla fine degli anni 80 il Salento era segnato dalle guerre di mafia e dall'eroina. L'alternativa a ciò era la dolce vita degli anni 80 craxiani: sorrisi, tangenti e discoteca.
I giovani come noi che non accettavano queste due "culture" trovarono rifugio nella musica reggae.

Come mai avete deciso di cantare in dialetto salentino?
Trovavamo scampo nelle campagne, lontano dai paesi resi ormai invivibili e la musica reggae diventò la nostra musica: anche noi ci sentivamo africani e Mandela era il nostro liberatore. Ci sentivamo schiavi di un sistema assetato di risorse umane che imponeva standard di vita insostenibili: la globalizzazione.
I canti di libertà di Bob Marley, Dennis Brown, Jacob Miller e tutti gli altri artisti diventarono le nostre canzoni. Iniziammo a cantare in dialetto con naturalezza, senza premeditazione, grazie soprattutto all'ostinazione di Militant P pioniere del dj style. Usavamo come basi musicali i "b-side" dei quarantacinque giri giamaicani, dove di solito ci trovi la version dei brani.
Cantare in dialetto diventò il rimedio ai nostri mali: in fondo, ci eravamo riappropriati di qualcosa che ci apparteneva, non sapevamo se valeva qualcosa, ma era nostra e basta. I primi a gioire di questo nuovo modo di cantare furono i vecchi cantanti di pizzica, costretti per anni a rimanere nascosti, ritenuti sub-cultura e additati come ubriaconi ignoranti, per il fatto che cantavano in dialetto. E venivano persino a cantare e a ballare alle nostre feste.
Una notte, Uccio Aloisi (uno dei massimi artisti salentini di pizzica), nel bel mezzo di una dance hall iniziò a urlare:"la taranta s'ha descetata!"("la taranta si è svegliata!)

Pensavate di sfondare nel panorama musicale italiano, dato che fate una musica di genere apprezzabile da molti, ma per i testi limitata solo a chi è delle vostre parti e quindi comprende il dialetto?
Qualcuno ci disse che con il dialetto non avremmo fatto strada. Tuttavia con il tempo abbiamo imparato a spiegarci con la musica, dato che con essa le parole diventano suoni.

Il Salento, anche grazie alla vostra popolarità crescente, è stato da molti riscoperto e rivalutato. Io non ci sono mai stata; mi date tre ottimi motivi (se elencate voi stessi non vale però!) per farlo quanto prima?
Tre motivi?
1) il mare;
2) la campagna;
3) la cultura alimentare;
Tuttavia ti consiglierei di approfittare del Salento nei periodi lontani dalle stagioni "turistiche". 
Purtroppo chi gestisce il turismo ha determinato dinamiche isteriche, restituendo al territorio speculazione ed usura delle risorse naturali. In molti vogliono trasformare il Salento in luogo di vacanze di lusso, ma il Salento non ha bisogno di stupidi lussi perchè è una terra di poveri emigranti. Il Salento è piaciuto per la sua natura e non per il cemento che ci stanno versando sopra. Il Salento ha bisogno di recuperare la sua storia, i suoi monumenti, i suoi boschi, le sue campagne. Magari lo trasformassero in parco naturale! Invece il Salento sta morendo insieme ad una Puglia che da sola sforna il 37% del CO2 italiano..e non tutti sanno che da queste parti non si muore piu' per morte naturale e che le percentuali di morte per tumore hanno raggiunto valori inammissibili! Il Salento non è piu' una terra salubre, né il quadretto bucolico di una volta.

Siete sulla cresta dell'onda da 15 anni (il vostro boom è databile al 1991 circa). Guardandovi indietro, che bilancio fareste della vostra carriera?
Non saprei rispondere...si vive alla giornata.

Nel comunicato di presentazione del vostro nuovo album, Dammene ancora, si legge che è una babele di lingue e dialetti, con una dimensione piu' internazionale. Come mai questa caratterizzazione? Avete usufruito di qualche collaborazione rilevante o avete fatto commistioni con altri generi?
Prima di entrare in studio per il nuovo cd ci eravamo riproposti di fare registrare molte tracce con collaborazioni internazionali. Sapevamo che in estate avremmo avuto la possibilità di ospitare diverse star jamaicane che partecipano ai festival salentini. E così è stato: li abbiamo contattati dopo il concerto o grazie ad amici che avevamo attivato, riuscendo a portarli in studio, dove si sono sentiti a casa propria. Artisti come Jah Mason o Kiprich hanno lasciato il segno, per non parlare dei organ Heritage, che oltre a registrare due brani ci hanno aiutato in un progetto di beneficienza nel mio paese.

Ha collaborato a questo ultimo album Neffa, nato col punk, cresciuto con l'hip hop ed infine approdato al pop. Che tipo di apporto ha dato alla vostra musica?
Con Neffa ci conosciamo dagli anni Novanta, abbiamo fatto un pò di gavetta insieme, poi ci siamo ritrovati dopo molto tempo e ci è sembrato normale fare un brano insieme.

Le date del vostro tour sono tutte italiane; questa volta niente blitz all'estero?
A ottobre saremo in Gran Bretagna, Germania, Olanda e Svizzera.


Com'è il vostro rapporto col pubblico estero?
Molto buono in Germania e in Svizzera, e non solo per la presenza di molti salentini nelle rispettive nazioni, ma anche per la larga diffusione che il reggae ha avuto in queste nazioni. In questi anni, poi, abbiamo suonato in luoghi impensabili, come la Polonia o la Lituania, oppure in Kenya e nei ghetti di Nairobi. A riprova del fatto che la musica è un linguaggio internazionale.

Che altri generi di musica vi attraggono?
Jazz, blues, soul, funky, afro e i cantautori italiani.

Potrebbe accadere una contaminazione del vostro sound con altri generi o restate fedeli al reggae?
Il reggae stesso è il prodotto di diverse contaminazioni in cui si può trovare nijabingi, mento, rocksteady, rythm'n'blues, soul e chissà quanti altri stili: da queste unioni è nato il reggae, il dub, il ragamuffin e le ultime esperienze che uniscono la soca all'elettronica. Noi abbiamo dato un'impronta mediterranea al nostro sound, aggiungendo le esperienze musicali salentine.

Com'è il processo di composizione delle vostre canzoni? C'è una mente, un braccio e qualcuno "passivo" esecutore o è assolutamente democratico?
Da sempre, ognuno scrive le proprie rime e le proprie musiche. Poi alle volte succede che ce le scambiamo, ma fondamentalmente diamo sfogo alla creatività di ognuno di noi.

Vi siete esibiti a Roma al concerto in Campidoglio nell'Earth Day. Quanto è  importante per voi fare musica con risvolti sociali?
La musica non è un "affare" asociale. Sarebbe stupido fare musica senza pensare ai risvolti che essa può avere nella nostra vita, dato che la musica descrive ed interagisce con la nostra vita.
La musica è sempre stata sociale, ma oggi è la società ad essere asociale.

-Intervista pubblicata su Lineamusica il 15.05.2008- 

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