18 marzo 2007: l"incipit


"Vieni a fare un giro dentro di me
o questo fuoco
si consumerà da sè.
E se una vita finisce qua
quest'altra vita
presto comincerà"

Con parole di altri (gli Afterhours), apro questo blog, con il fuoco che spero non si spenga mai.
Ho scritto molte parole, forse inutili o banali, o forse interessanti, irriverenti e divertenti.Le ho pubblicate altrove, ma a volte capita che dopo una giornata al mare si torni a casa solo con la sabbia nelle scarpe.
Ecco spiegato, quindi, il perchè di post retrodatati.
E' iniziata anche questa avventura..davanti, l'orizzonte. Sconosciuto. E per questo, assolutamente elettrizzante!
Buona lettura a tutti!


24 gennaio 2008

Con i Klezmatics una festa yiddish a Roma

Un violino, una chitarra, un pianoforte, una fisarmonica; ed ancora, tastiere, tromba, clarinetto e basso. Ma anche batteria, cimbalo, sax, tamburino, flauto traverso ed il kaval, ossia un antico flauto dei Balcani).
Non è un’orchestra di quattordici elementi, bensì sono i Klezmatics, gruppo newyorkese del Lower East Side formato da cinque persone, che si è esibito lo scorso 22 gennaio all’Auditorium Parco della Musica di Roma.
In realtà non è stata un’esibizione, un concerto “banale”, con degli ascoltatori e dei musicisti; innanzitutto la sala del nuovo Teatro Studio dell’Auditorium era colma di gente di tutte le nazioni, età, religioni. E loro non sono stati semplici esecutori di musica, ma sono stati La Musica.
Quella country, quella blues, quella jazz, quella klezmer, quella del credente e quella dell’ateo. Quella delle feste e quella della meditazione; quella della gioia e quella del dolore.
Per circa due ore, ininterrottamente, il pubblico è stato trasportato in un piccolo club di una città qualsiasi del mondo, invece che in una sala da concerto; durante quel tempo tutto si è fermato, tranne le mani che calorosamente hanno accompagnato ogni singolo brano. E tranne le gambe.
Il concerto si è trasformato in una festa yiddish, dove c’era chi ascoltava seduto, chi ballava sotto il palco abbracciato magari ad uno sconosciuto, chi si agitava sulla sedia e chi, dal fondo, non poteva proprio fare a meno di sgambettare. Del resto, Frank London -tromba e tastiere del gruppo- ci aveva avvisato: “qui non ci sono regole, fate quello che volete, sentitevi liberi di alzarvi e di ballare. C’è molto spazio qui davanti al palco..E le regole esistono anche per non essere seguite..”.
E così è stato. Dal signore in giacca e cravatta all’americano in maglietta hawaiana, dal giovane al meno giovane, tutti hanno fatto La Festa. Tutti.
Anche chi è restato al suo posto, ma che quasi timidamente tamburellava la mano sulla gamba, forse nel vano tentativo di farla star ferma.
Loro, recenti vincitori del Grammy 2006 per il miglior album di musica word contemporanea con “Wonder Wheel” (nato dalla collaborazione con Woody Guthrie), hanno una capacità camaleontica incredibile; un attimo ognuno suona uno strumento -ed in più Lorin Sklamberg e Lisa Gutkin cantano- e l’attimo dopo ne stanno suonando già un altro…o due contemporaneamente (stupefacente a riguardo, Frank London, che mentre con una mano suonava la tromba, con l’altra stava suonando le tastiere!).
Dalle sonorità propriamente etnico-religiose alle ballads più country o melodiche, i Klezmatics hanno portato un pezzo di tutto il mondo a Roma; cantando in inglese o in klezmer hanno abbattuto qualsiasi frontiera linguistica, musicale o religiosa, trascinando fuori dai ghetti le preghiere e le voci degli ebrei dell’Est Europa, non limitando il country a musica dell’entroterra americano, utilizzando gli assoli del jazz in momenti di virtuosismo corale.
Ma soprattutto, i Klezmatics sono stati capaci di non far sentire i paganti semplici spettatori, ma artefici e partecipanti insieme a loro di quella gioia, dei loro sorrisi, delle loro emozioni, di ogni singola nota o parola, al di là di qualsiasi barriera linguistica o religiosa.



-Pezzo uscito su lineamusica.it il 24/01/2008-

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