18 marzo 2007: l"incipit


"Vieni a fare un giro dentro di me
o questo fuoco
si consumerà da sè.
E se una vita finisce qua
quest'altra vita
presto comincerà"

Con parole di altri (gli Afterhours), apro questo blog, con il fuoco che spero non si spenga mai.
Ho scritto molte parole, forse inutili o banali, o forse interessanti, irriverenti e divertenti.Le ho pubblicate altrove, ma a volte capita che dopo una giornata al mare si torni a casa solo con la sabbia nelle scarpe.
Ecco spiegato, quindi, il perchè di post retrodatati.
E' iniziata anche questa avventura..davanti, l'orizzonte. Sconosciuto. E per questo, assolutamente elettrizzante!
Buona lettura a tutti!


09 settembre 2008

Il ruggito di Adriana Varela

Sono le 21.00 in punto e le luci si spengono; entrano in scena un bandoneòn, una chitarra ed un pianista.
Sono Walter Castro, Horacio Avilano e Marcelo Macri, musicisti validissimi ma non conosciuti al grande pubblico. La loro peculiarità è, infatti, essere l'accompagnamento dell'unica donna in grado di cantare il Tango con le medesime vibrazioni di Carlos Gardel, Adriana Varela.
E' lei ad aprire, il 6 settembre, la seconda edizione del Festival Buenos Aires Tango, all'Auditorium Parco della Musica di Roma fino al 18 settembre; è la voce di questa donna carismatica di Avellaneda, vicinissima a Buenos Aires, a rappresentare davvero il Tango in questo festival.
Perché, a dispetto delle solite convenzioni formali e linguistiche, il Tango non è solo "un pensiero triste che si balla" o la sola "passione"; il Tango è storia, attimi, respiri, emozioni contrastanti, rabbia, gioia o disperazione. E molto altro. E' anima che si rapporta al mondo con un suo bisogno particolare di esprimersi sulle singole cose, persone, emozioni.
E' l'inesprimibile che si palesa.
E' una musica che se con Astor Piazzolla s'è fusa con il jazz ed ha dato vita ad un qualcosa di unico e di fruibile ad un pubblico maggiore, ai primordi era l'espressione di un intimo a volte provato dalla lontananza dalla propria patria, piuttosto che da un amore impossibile o dalla malinconia.
Amore, nostalgia, rabbia, orgoglio e grinta; tutte connotazioni della voce della Varela; sale sul palco d'argento vestita e si viene trasportati in un'altra dimensione, in cui le pareti della sala Sinopoli non esistono più, in cui la sua voce e la sua persona catalizzano tutta l'attenzione al punto tale da illudere di essere da soli con quelle note e parole in un posto anomalo ed introvabile.
Canta spesso in controtempo Adriana Varela, come a sottolineare che non si intonano delle parole per seguire la musica, ma che musica e parole sono davvero espressione di un sentire che, per esprimersi, ha bisogno dei suoi tempi, timbri e toni, oltre che di un'anima che ne guidi i percorsi. E che, quindi, possano andare insieme, o camminare paralleli senza però incontrarsi mai.
Del resto anche Roberto Goyeneche (soprannominato "el Polaco" per via della sua magrezza e dei capelli rossi) -incontro cruciale nella vita della Varela- cantava in controtempo, come fosse jazz. E da Goyeneche la Varela sembra aver acquistato quella medesima consapevolezza dell'importanza del passato e delle tradizioni, quell'amore incontrastato per le parole, quella sregolatezza dell'agire e dell'interpretazione.
Canta con ogni atomo del suo corpo, usando una gestualità a volte bizzarra; si inchina, si contorce o resta in sospensione su una gamba sola, mentre le corde vocali emanano quel ruggito che è caratteristica della sua voce.
A volte graffiante, sfrontata o sensuale, la bocca della Varela sembra essere un calderone delle streghe; contenitore di sillabe soffocate o graffianti, di magiche pozioni utili per incantare ed ammaliare chi le ascolta. Goyeneche, parlando della sua voce, diceva che era la "voce di una femmina, ben più pericolosa di quella di una semplice donna"; la malìa della Varela aveva colpito anche lui.
Gioca con il pubblico questa bella donna che approfitta di qualche minuto strumentale per tornare sul palco con un altro vestito, ben felice che in platea ci siano argentini che comprendono ogni sua parola, piuttosto che amanti del Tango che vorrebbero cantare a squarciagola con lei pezzi indimenticabili come Volver o Afiches. Se proprio con Afiches, quasi all'inizio del concerto, diventa palpabile quella "colpa dell'amore" narrata da Homero Exposito, quando intona Malena si assiste all'incarnazione della donna cantata da Homero Manzi, che allo stesso tempo è musa di quelle parole e ammaliato spettatore di colei la cui voce è "fiore di una pena" ed i cui tanghi sono "creature abbandonate".
Le mani, gli occhi, la testa e la sua figura sono parte integrante della sua espressione; che intoni un tango degli anni Quaranta piuttosto che una composizione più moderna, non si ha mai l'impressione che non stia parlando con chi è lì seduto davanti a lei, pronto magari, ingenuamente, ad assistere ad un concerto di bella musica. 
E' un ciclone la Varela sul palco: cammina, si agita, ammicca, interpreta.
Perché le parole son sempre parole; il significato sta tutto nel modo di comunicare.
E, come ricorda alla platea, anche se non si conosce lo spagnolo, ciò che sta dicendo è ben comprensibile; note e testi, grazie a lei, si son trasformati in un esperanto.  

2 commenti:

David ha detto...

Cri, il tuo post e' bellissimo. Sono stato presente al concerto e devo dire che confermo in pieno quello che dici. Io sono letteralmente innamorato di questa cantante...di questa femmina che canta il tango e non riesco a smettere di sentirla cantare...
david

Francesca ha detto...

ciao cri,
come sempre le mie aspettative sui tuoi articoli sono sempre ben soddisfatte!
leggerti è un piacere, soprattutto in questo caso, visto che lì, a godere di Adriana c'ero anche io... e posso confermare tutto!!!
baci
fra