18 marzo 2007: l"incipit


"Vieni a fare un giro dentro di me
o questo fuoco
si consumerà da sè.
E se una vita finisce qua
quest'altra vita
presto comincerà"

Con parole di altri (gli Afterhours), apro questo blog, con il fuoco che spero non si spenga mai.
Ho scritto molte parole, forse inutili o banali, o forse interessanti, irriverenti e divertenti.Le ho pubblicate altrove, ma a volte capita che dopo una giornata al mare si torni a casa solo con la sabbia nelle scarpe.
Ecco spiegato, quindi, il perchè di post retrodatati.
E' iniziata anche questa avventura..davanti, l'orizzonte. Sconosciuto. E per questo, assolutamente elettrizzante!
Buona lettura a tutti!



26 luglio 2007

Timone d'Atene. Shakespeare a Cosmophonies, Ostia Antica

Questa sera in scena, presso il Teatro di Ostia Antica, all'interno del Festival Cosmophonies, il "Timone di Atene" di Shakespeare, per la regia di Jurij Ferrini.
L'opera, dei primi anni del 600, narra la storia di un uomo solo, Timone, finito sul lastrico per la sua prodigalità e generosità verso gli amici, da lui ritenuti quanto di più prezioso al mondo. Timone è un uomo puro, che cerca conforto per i suoi lutti nell'amicizia, cui si dedica da idealista. In un momento di difficoltà economica, dovuto proprio alla sua generosità, tuttavia, Timone, lacerato interiormente, va a vivere in una foresta, abbandonato da tutti quelli che fino a poco prima si erano dichiarati suoi amici. Nonostante la terra gli faccia trovare come riscatto del dolore una miniera d'oro, Timone è però così disgustato dall'atteggiamento avido degli uomini da decidere di continuare a vivere in povertà nella foresta, cibandosi di erbe e radici, deluso da una società in cui la sua purezza ed il suo idealismo sono un'arma a doppio taglio.
A vestire i panni di Timone, in una versione rivisitata in stile brechtiano, è Pino Quartullo, a cui abbiamo rivolto qualche domanda.
Come mai, signor Quartullo, la scelta di rappresentare uno dei drammi shakespeariani meno noti al pubblico?
«Questo inverno ero a Verona per lo spettacolo "Quella del piano di sopra" di Chesnot, con la regia di Proietti -premette Quartullo-, quando il direttore artistico del Festival Shakespeariano, Savorelli, mi ha chiesto di proporre un testo per l'edizione di questa estate. Ho subito pensato al "Timone d'Atene", anche perchè da quando il festival è nato, nel 1948, non è mai stata rappresentato a Verona. Dopo aver visto Ferrini in uno spettacolo di Brecht come attore e regista, poi, gli ho proposto di curarne la regia; ne è restato talmente entusiasta da decidere di coprodurlo insieme a me».
Ferrini ha dichiarato di aver ideato l'allestimento dell'opera appositamente sulla sua persona. Che cosa ha in comune lei con Timone?
«Siamo entrambi scapestrati, ironici, paradossali e generosi fino all'estremo, accomunati anche dall'esperienza di amicizie interessate. Specie in un mondo che "piange ridendo e non piangendo", -prosegue l'attore, parafrasando Shakespeare- condivido con Timone l'idea che i soldi siano il marcio del mondo».
Superato il momento di difficoltà delle scorse settimane, Cosmophonies porta, in anteprima nel Lazio, uno spettacolo attuale, il cui protagonista è un novello Cristo, contaminato dalle idee marxiste sui danni del capitalismo senza limiti.
Dopo "Timone d'Atene", Cosmophonies proporrà per luglio il Gran Galà di Strauss (il 27), le Stelle dell'Operetta di Budapest (il 28) ed Ascanio Celestini (il 29), concludendo la X edizione con il concerto degli Earth Wind & Fire (il 31); "Il Timone", invece, andrà in tournèe, approdando anche a Civitavecchia, dove è in corso "Civitavecchia in Festival", diretto dallo stesso Quartullo.

-Pezzo uscito il 26/07/2007 sul Quotidiano della Sera di Roma-

25 luglio 2007

Notti di cinema a Piazza Vittorio. E che cinema!

Anche quest'anno il grande cinema a Piazza Vittorio riscuote un successo notevole per la qualità delle proposte.
Fino al 28 agosto, nei giardini di Piazza Vittorio, all'Esquilino, è in corso l'XI edizione di "Notti di cinema a Piazza Vittorio", durante la quale sono proiettati, in due diverse sale appositamente allestite attraverso maxischermi dolby digital, due film a sera. Se nella Sala A si posso vedere i film di successo della stagione passata, in quella B sono privilegiati i film d'autore, d'essay e di qualità -sempre della stagione appena conclusa-, restati schiacciati dal mercato cinematografico italiano, ma non per questo inferiori per tematiche e produzioni.
A parlarne con orgoglio è il direttore artistico della manifestazione, Massimo Arcangeli, il quale fa anche notare come l'affluenza di quest'anno sia maggiore rispetto agli anni scorsi e come, grazie anche al basso costo (5 euro il biglietto intero, 4 il ridotto) capiti spesso di avere spettatori che seguono entrambi i film nella stessa sera.
Attraverso la formula "Fedelissimi", inoltre, -che prevede per ogni 10 ingressi 2 omaggi-, molti sono gli spettatori che fanno del cinema in piazza un appuntamento quotidiano; tra i film che hanno riscontrato un maggiore successo di pubblico, "La sconosciuta" di Tornatore, "Nuovomondo" di Crialese e "The Queen" di Frears.
Nel rispetto della tradizionale presenza dei grandi festival cinematografici, "Notti di cinema a Piazza Vittorio" ha presentato ad inizio luglio una rassegna dedicata al Pesaro Film Festival, mentre per gli ultimi giorni di agosto (dal 22 al 28), è prevista la presentazione a Roma dei film vincitori del Festival di Locarno, cui seguiranno anche incontri con i protagonisti e dibattiti a tema.
Tra le novità di quest'anno, infine, il sostegno dato dalla manifestazione all'Onlus Amigos de Formigas do Futuro, impegnata a raccogliere fondi per costuire una scuola e dotarla di testi scolastici e di svago, presso Nacala, in Mozambico.

Tre proposte per tutti i gusti
Questa sera a Piazza Vittorio tre i film che verranno proiettati nelle due sale appositamente allestite nella piazza: alle 21.15, nella Sala A, andrà in onda "Babel", di Alejandro Gonzàles Iňàrritu, mentre la Sala B programmerà in contemporanea "Primi amori, primi vizi, primi baci" dei francesi Eric Toledano e Olivier Nakache. Alle 23.15, sempre nella Sala B, sarà la volta di "Mille miglia...lontano", del regista Zhang Yimou.
Con "Babel", Iňàrritu mette in scena il capitolo conclusivo della trilogia iniziata con "Amores Perros" e "21 grammi", proseguendo nell'analisi dei modi umani di comunicare, in qualsiasi parte del mondo ci si trovi. Marocco, Messico e Giappone fanno da sfondo a storie familiari in cui un fucile rappresenta il comun denominatore; fonte di violenza incosciente, oltre che arma di difesa, oggetto di scambio per loschi traffici, finalizzati all'acquisizione di una libertà parallelamente, però, garantita dall'arma stessa ed, infine, strumento di morte.
Decisamente più leggero, invece, il tono di "Primi amori, primi vizi, primi baci", delicata commedia francese di Eric Toledano e Olivier Nakache; campione d'incassi in Francia, il film racconta la colonia estiva di ragazzini scalmanati, con le loro "prime volte" tipiche dell'adolescenza e con le ansie dei genitori a casa, insieme alle confusioni e inquietudini sentimentali degli animatori del campeggio.
Chiude la serata di cinema la produzione cino-giapponese "Mille miglia..lontano" di Zhang Yimou, che, dopo "Hero" e "La casa dei pugnali volanti", intraprende con il viaggio di Gou-ichi Takata per raggiungere il figlio malato anche un'indagine all'interno dei rapporti umani. Arrivato da un piccolo villaggio di pescatori fino a Tokyo, tuttavia, il padre deve superare il rifiuto del figlio di vederlo, imparando a colmare le lacune del loro rapporto e a riconoscere l'uomo che nel frattempo è diventato.


-Pezzi usciti il 25/07/2007 sul Quotidiano della Sera di Roma-

23 luglio 2007

Buika e Traorè cuore d'Africa

La magia ed il tribalismo.
Potrebbero essere definite così le due immediate sensazioni di ha assistito ieri sera al concerto di Concha Buika e Rokia Traoré presso l’Auditorium Parco della Musica. Un evento unico, inserito all’interno della manifestazione Luglio Suona Bene, inauguratasi a fine giugno e che terminerà il 30 luglio.
La prima parte dello spettacolo ha avuto come protagonista la Buika, natìa di Palma di Mallorca da genitori della Guinea. Sette interpretazioni di cantes di flamenco, un tango (“Nostalgias” di Juan Carlos Cobian) e un paio di brani tratti dal suo secondo album, “Mi niña Lola”, uscito nel 2006. Un’ora circa di emozioni, in cui i virtuosismi dei singoli strumenti nei momenti di assolo non hanno rovinato l’atmosfera di pathos e sospensione emotiva che la sua calda voce hanno creato durante le varie interpetazioni.
Vestita di bianco, scalza, con lunghe treccine, la Buika ha regalato al pubblico romano lo spirito del mana ancestrale, fortemente attaccato alle sue radici africane ma, allo stesso tempo, ben inserito nei ritmi e nelle cadenze gitane che hanno costituito l’ossatura culturale di questa giovane donna.
Un’ora circa di concerto, in cui il pubblico di una cavea quasi piena, è restato in religioso silenzio, come al cospetto di una malinconia ed un dolore da rispettare.
Dopo un breve intervallo, è salita sul palco l’altra esile africana della serata: Rokia Traorè, accompagnata inizialmente solo dalla sua chitarra acustica e da una corista.
A poco a poco il ritmo di questa seconda parte del concerto è cresciuto, attraverso suoni africani più ancestrali, quasi si stesse assistendo a riti propiziatori o a preghiere. I musicisti al completo sono saliti sul palco per il secondo brano, in cui l’iniziale nenia si è trasformata dapprima in un richiamo alle sonorità orientali –grazie ad una speciale chitarra di legno, con tre sole corde e una piccola cassa di risonanza-, e poi in una tipica danza tribale africana.
La forza della musica della Traoré è stata travolgente; la sua voce acuta ha accompagnato e guidato basso e batteria, mentre virtuosismi jazzistici eseguiti al pianoforte hanno solo apparentemente confuso l’ascoltatore, inebriato dal malese e dal francese delle parole.
Il finale dello spettacolo è stato un tripudio di movimenti; la Traorè ha danzato con le coriste in modo così travolgente da coinvolgere anche molti degli spettatori, quasi grati per quell’esplosione di ritmi tenuti composti per circa due ore.
Due, infine, i bis concessi dalla Traorè, al termine dei quali gli spettatori, accalcati sotto al palco, si son resi conto che quella che era iniziata come magia era diventata una festa.

-Pezzo uscito sul Quotidiano della Sera il 23/07/2007-

20 luglio 2007

Rokia Traorè e Concha Buika. Dall'Africa due voci che incantano

Il Mali e la Guinea. Due Stati dell'Africa Occidentale pieni di contaminazioni. Come Rokia Traoré e Concha Buika, giovani africane dalla voce particolare, in duetto il 22 luglio alle ore 21 presso la Cavea dell'Auditorium in un concerto straordinario.
La Traorè, figlia di un diplomatico, è entrata in contatto con le culture del mondo seguendo la famiglia, mentre la Buika, natìa di Palma de Mallorca, ha assorbito le tracce musicali dell'entroterra spagnolo, contaminandole con la cultura araba ed africana che ne caratterizza le coste del sud e con il soul statunitense, adatto alle sue corde vocali.
Un mix di culture e di abilità artistiche che daranno luogo ad un evento particolare, inserito all'interno della manifestazione Luglio Suona Bene, inauguratasi a fine giugno con l'intento di attraversare, in oltre un mese di concerti, il panorama
musicale dei cinque continenti.
Se fossero ancora in Africa, le due artiste verrebbero definite delle "griottes" - poetesse e cantrici cui è affidato il compito di conservare la tradizione orale del proprio Paese-, ma atipiche; la Traorè, infatti, ha unito il balafòn -strumento del Bélédougou, sua regione di appartenenza-, al ngoni -una particolare chitarra, tipica dei griot Bambara- rivoluzionando quella tradizione. La Buika, dal canto suo, cresciuta tra i gitani spagnoli, ha fuso il soul con il duende, dando vita ad un afro-flamenco che, contaminato con le sonorità del tango e con la disperazione malinconica del soul, fa della sua musica un messaggio universalmente sentito.«Un incontro all'insegna dell'improvvisazione -anticipa Buika- che, partendo dal nostro repertorio, potrebbe sfociare in qualcosa di inedito e speciale».















-Pezzo uscito il 21/07/2007 sul Quotidiano della Sera di Roma-

18 luglio 2007

Intervista a Silvia Salemi



Un titolo davvero insolito per un album. Cosa intendi per "mutevole abitante del mio solito involucro"?
Questo mutevole abitante è l'essenza che anima i nostri gesti, le nostre emozioni, i nostri comportamenti, le nostre visioni della vita..è la nostra anima. Il concetto di base è che è impossibile non cambiare, perchè altrimenti sarebbe un fallimento. Mi è venuto da riflettere su questo perchè a un certo punto mi sono trovata a riscontrare che il tempo aveva avuto deggli effetti su di me; anche se lì per lì io non me sono resa conto, gli anni mi hanno cambiata. L'errore più comune è, mentre qualcosa ti segna -nel bene o nel male-, rendersi conto solo del bene o del male che si sta vivendo, senza percepire che tipo di mutazioni le cose hanno poi portato in te. I cambiamenti ti lasciano dei segni che capiamo più tardi, quando magari ci comportiamo di conseguenza; ci sono sempre, anche se apparentemente sembrano microscopici.

Nell'album vesti anche i panni di co-produttrice e co-autrice. Come definiresti questa tua esperienza?
Sono sempre stata coautrice dei miei pezzi; la decisione di diventarne anche co-produttrice è nata dal bisogno di rispettare i miei tempi -sia di creazione delle canzoni che di realizzazione finale-, i miei gusti e le mie necessità. Purtroppo è quello che oggi questo mestiere richiede. Se non vuoi subire dettami che provengono dall'alto che ti dicono come cantare e come si deve fare l'album, puoi solo produrti il tuo lavoro. Anche il titolo dell'album, del resto, ne è un esempio; non è sicuramente un titolo facile nè corto, ma è quello che io volevo dare a tutto il lavoro. Certo, questa scelta impone difficoltà maggiori, che però sono poi ricompensate dal proporre al pubblico esattamente quello che si aveva in mente, con tutte le modalità e le sfaccettature pensate.
Mi interessava vivermi la mia dimensione liberamente. E ci sono riuscita in questo modo.

Ne "Il mutevole abitante del mio solito involucro" la parola chiave è "libertà". Come spieghi questa promozione della libertà in un momento della tua vita in cui hai costruito invece ciò che comunemente viene definita come la privazione per eccellenza della libertà, ossia un matrimonio e una figlia? Da cosa nasce questo tuo impellente bisogno di libertà?
In effetti, di libero, nella mia vita, formalmente, non c'è assolutamente nulla. Ho una figlia, un marito, un lavoro, una casa, quindi non si può capire a cosa mi riferisca quando parlo di libertà. Però, la libertà di cui parlo io è la libertà mentale, quella di volere un figlio, di volere sposare esattamente quella persona, di volere stare dietro a mia figlia tralasciando il mio lavoro, la libertà di voler scegliere una persona ogni giorno, la scelta di essere mamma, la scelta di fare un album ogni quattro anni, la scelta di intitolarlo con un titolo difficile.
Da una parte la difficoltà di mettere in pratica tutte queste libere decisioni, dall'altra l'immensa soddisfazione di realizzare liberamente quello che è stato liberamente desiderato. In questo contesto di totale libertà personale rientra anche la scelta di "Ormai" come prossimo singolo in uscita, probabilmente ad agosto. Non è un testo facile, infatti, non ha la tipica melodia da canzonetta estiva. Eppure ho deciso che sarà il mio secondo biglietto da visita proprio perchè voglio contestare questo diktat discografico che ad agosto devono uscire solo ed esclusivamente canzonette leggere e di facile ascolto. Credo che per un artista vivere sotto la cappa del "a gennaio si esce con il pezzo primaverile, a maggio si esce con un pezzo estivo e a settembre con un pezzo invernale" sia terribile; anche in questo, quindi, vorrei per una volta essere libera di scegliere i miei passi artistici.

Le canzoni a cui sei più legata di questo ultimo lavoro?
Sono due in realtà; una è "Domenica Siciliana", per diversi motivi. Innanzitutto ci canta sopra mia figlia e poi ci sono cori che mi ricordano di quando ero più piccola, cori in presa diretta; inoltre, parla della mia terra, delle sue tradizioni. In un momento in cui la Sicilia veniva profondamente attaccata anche per i fatti legati al calcio, volevo dire che la Sicilia è anche altro, per fortuna, da mafia, bulli, ragazzi drogati, tutti stereotipi che fanno di una terra una vergogna. Io sono innamorata della mia terra e delle sue tradizioni. La Sicilia non è una vergogna, ma una bellezza, e volevo dirlo, affermarlo con forza. La canzone quindi parla di chiesa, parla di famiglia, parla di passeggiate, parla di tradizioni, parla di aria serena, di sole, di mare; la Sicilia non è una favola, però c'è anche la favola, non c'è solo violenza.
L'altra canzone a cui sono particolarmente affezionata dell'album è "Ormai", che costituirà anche il prossimo singolo in uscita.

"Domenica Siciliana" riporta l'attenzione alla tua terra, da cui da anni vivi lontano. Quanto conservi di più della Sicilia?
Moltissimo. Sono follemente innamorata della Sicilia. Sia per la rabbia che la Sicilia ti fa venire, perchè è una terra in cui mentre gli altri camimnano tu devi correre se vuoi ottenere qualcosa, sia perchè ha delle contraddizioni dentro di sè talmente forti che anche la persona più insensibile ne resta fortemente colpita. Ne sono un esempio, del resto, la bellezza del posto ed il turismo disorganizzato, le città meravigliose che abbiamo e la delinquenza altissima che domina.

A proposito degli apparenti contrasti dell'album, parliamo di "Ormai". In questa canzone si percepisce una malinconia molto grande per un amore che non c'è più; eppure stava per venire al mondo la tua bambina. Da dove nasce un testo così struggente?
"Ormai", in effetti, è un paradosso vivente; l'ho scritta a pochi giorni dalla nascita di Sofia eppure parla di storie perdute, di sofferenze nel non avere più accanto chi si ama, parla della consapevolezza che si ha in quei frangenti che l'altro non tornerà più.
E', quindi, appunto, un paradosso totale.
Ognuno di noi ha un amore perso per sempre, e questo pensiero forse è stato più forte proprio nel momento in cui stava per nascere mia figlia, perchè ho affermato ulteriormente la mia recisione con il passato. Quello che era non torna più. Maturando ci si toglie alcuni abiti che hai portato fino a quel giorno; per una donna, poi, questo cambiamento è forse maggiore, specie nel momento in cui partorisce. Si cambia come persona, cambiano i propri paramentri di valutazione, le priorità, i bisogni. Mi rendo conto adesso che quello che prima percepivo imposto dalla mia famiglia, come l'istruzione, sono invece adesso regali che mi ritrovo. Anche se faccio un altro mestiere, anche se probebilmente non ci farò nulla con la mia laurea, mi sto per laureare in lettere moderne indirizzo ecologico e geografico. Una cosa inizialmente quasi imposta dalla forma mentis della mia famiglia, ma che ad oggi costituisce un più per la mia stessa persona, a prescindere dall'uso eventuale che ne farò.

Il video del singolo "Il mutevole abitante del mio solito involucro" ha la regia di Beppe Fiorello, recente vincitore, tra l'altro, del premio come miglior regista al debutto ai Venice Music Awards. Come mai hai deciso di affidare ad un "novizio" del settore la direzione di un tuo video musicale?
Innanzitutto Beppe ha una grande generosità artistica, come attore principalmente e anche come regista; per fortuna non ha l'ego ipertrofico tipico dell'attore, ma riesce anche a pensare agli altri. Questo suo altruismo è venuto maggiormente fuori nel suo ruolo di regista; del resto, conoscendolo, ne ero sicura. Ho infatti subito pensato subito che sarebbe stato l'uomo che faceva per me. Beppe è una persona innamorata del suo mestiere; è una persona attenta alla musica, che la apprezza e ne conosce tanta. E poi è siciliano come me. Quindi un ulteriore omaggio alla mia terra.
In due giorni e mezzo, quindi, abbiamo girato una cosa divertente, fatta bene e soprattutto molto coerente con il testo della canzone e che ha ottenuto da più parti quell'apprezzamento che meritava.
Senza contare che Beppe è anche un amico; ci conosciamo, infatti, da una decina di anni. L'ho incontrato una volta ad un compleanno di un amico in comune e subito è nata una simpatia. Rispetto a Rosario, che è un fiume in piena continuo, Beppe è molto introverso, ma è anche lui un fiume in piena, anche se silenzioso; non lo vedi scorrere, però sta scorrendo. Del resto la sua carriera artistica ne è una riprova.

In questo video, inoltre, ci sono delle maschere al posto dei volti. Come mai?
Proprio perchè il video è coerente con il testo della canzone. Ognuno di noi ha un involucro: abbiamo tutti una faccia, un naso, degli occhi, le orecchie. Siamo quindi apparentemente tutti uguali. Ma dentro c'è una mutevolezza che ci distingue da tutti gli altri e ci contraddistingue come esseri unici in ogni istante della nostra vita. Il nostro animo ha una mutevolezza fortissima, che lo differenzia sia da quello di tutti gli altri sia da se stesso nei vari momenti della giornata e nei confronti delle diverse situazioni e persone con cui entriamo in contatto.
Ci piaceva l'idea di far vedere queste maschere un pò alla Malcovich; in fondo, anche la canzone viaggia in un ambito folle. Racconta di questa voce, che parla da dentro, che da un respiro folleggiante, quasi di irrazionalità.

Sei la prima testimonial ufficiale di Save The children per il progetto "Riscriviamo il futuro". Ce ne puoi parlare? In cosa consiste?
Di Save the children ne possiamo parlare una settimana perchè fanno delle cose incredibili per i bambini, hanno progetti su ampio raggio. Io, da mamma, non me la sono sentita di tirarmi indietro davanti a un progetto che ha a che fare con i bambini, per cui sono scesa in campo con tutte le scarpe. Farò quindi sia donazioni personali che donazioni attraverso il disco, mentre ad ottobre faremo un viaggio, credo in Sud Sahara. Vorrei riuscire a muovere più opinione possibile per sostenere ed aiutare questa causa. Fondamentalmente perchè i bambini sono le distese verdi della terra, sono i nostri semi, e contemporaneamente sono l'inizio e la fine, sono tutto. Senza i bambini è la fine; con i bambini è l'inizio.
Riscrivere il futuro significa mandarli a scuola, offrire un domani a bambini che non ce l'avrebbero perchè vivono in paesi devastati da conflitti bellici che magari vanno avanti da 15 o 20 anni.
In questo modo, invece, stiamo offrendo loro la possibilità di crescere non più imbracciando il fucile, ma magari carta e penna, per poter decidere un domani quello che potrà essere il loro destino. Adesso come adesso, infatti, molti di questi bambini non sanno nulla della cultura, di quello che c'è al di là e fuori le loro devastanti realtà, per cui costruire scuole significa far decidere a chi sta lì di non diventare una schiava perchè si ribella, di non andare a combattere a dieci anni ma magari di studiare per diventare medico, di acculturarsi.
I loro giochi, purtroppo, sono le bombe, perchè sono state crudelmente costruite dello stesso colore dei loro giocattoli, tutti vivaci, accesi, che attirano la loro attenzione. Questo fa si che i bimbi li prendano in mano e che magari si debba loro amputare qualche arto solo perchè hanno soddisfatto la loro curiosità, accuratamente richiamata.
Se poi penso a mia figlia, che ogni mattina va in una scuola privata, con i cancelli, protetta, che vive in un mondo fiabesco, non posso riuscire a pensare a quei bambini lì come figli di nessuno, lasciati a se stessi, da buttare. Per fortuna non mi sono ancora abituata a sentire che nel mondo ci sono bambini che vivono in queste situazioni e a girarmi dall'altra parte. Ecco il perchè del mio sostegno a questa associazione.
Ho creduto molto in loro, perchè ho visto la loro sede qui di Roma -davvero modesta, sembra una capanna-, ho visto quello che hanno realizzato, dove hanno operato, i loro sforzi per mandare avanti una iniziativa totalmente lodevole. Non potevo davvero tirarmi indietro.

Il 7 maggio, in occasione della presentazione del tuo album alla stampa, hai detto che da quando è nata Sofia pensi ogni giorno a fare e dire cose per cui lei non si dovrà mai vergognare. Che mamma vorresti essere per lei?
Non vorrei mai che mia figlia tra dieci anni si trovasse a chiedermi cosa intendevo dire quando ho detto o fatto qualcosa; non vorrei mai pronunciasse la parola "ridicola" giudicando le mie azioni e le mie parole. Credo che le parole "dignità" e "coscienza" debbano essere le chiavi di azione di chi ha dei figli; l'importante è non doversi vergognare a posteriori di quello che si è fatto o detto.
Avendo una figlia poi, non vorrei darle un'immagine della vita sbagliata, farle credere che sia tutto facile, tutto lustrini e visibilità. Non vorrei mai che mia figlia pensasse che la vita è lo spettacolo, che la vita è il palcoscenico, anche se faccio questo mestiere. Per me, il tempo che dedico al mio lavoro, allo spettacolo, sono due ore al giorno; poi penso alla casa, a mio marito, a fare la spesa, a badare a Sofia, come una qualsiasi persona normale.
Quando si spengono le luci del palcoscenico, io torno ad essere la sua mamma. E questo a Sofia deve essere ben chiaro. Non confondere il palco dalla realtà; io le devo leggere un libro, le devo raccontare come si fanno le cose, le devo far vedere le pecorelle, devo giocare con lei, farle vedere come è davvero la vita, che non è cantare due ore su un palcoscenico. Quello è solo un periodo della vita.

A proposito di passato, cosa ti è restato di più dei Sanremo a cui hai partecipato?
L'ansia! Sicuramente quella. Perchè Sanremo è il palco dell'ansia. E' il palco in cui in quattro minuti i tuoi discografici ti fanno sentire che ti giochi tutto, in cui o la va o la spacca. E te sei lì che da una parte pensi sia eccessivo dare questa valenza ad un Festival canoro -che per quanto importante possa essere non va comunuqe a decretare "per sempre" il perdente o il vincitore (e di esempi del genere ce ne sono molti)-, dall'altra sei così tanto caricato di ansia che non vedi l'ora che finiscano quei giorni, pur riconoscendone l'importanza.

Hai mai pensato a un progetto in altre lingue?
Sto preparando "Ormai" in francese -che è la mia seconda lingua- e rispolverando l'inglese grazie ai cartoni animati per bambini che vedo con mia figlia...chissà..

Gli appuntamenti del tuo tour?
Il tour è iniziato il 20 maggio e resterò in tournèe fino ai primi di ottobre. Poi finiamo perchè dovrei iniziare come cantante-attrice, una cosa teatrale in cui c'entra molto la musica popolare e diretta da un grande regista; il tutto però è ancora in fase di preparazione. Certa è solo la volontà di portarlo in tournèe. Di più non ti posso dire!
E poi..vorrei restare un poco anche con mia figlia...e, perchè no?, pensare ad un secondo bambino!

-Intervista realizzata per www.lineamusica.com-

08 luglio 2007

L'abbraccio

Guardami
negli occhi
Cerca
di fermare col tuo sguardo
Quest’atroce esibizione
che mi sta girando intorno
Fammi scendere
da questa giostra malandata
Che accelera e accelera e accelera
Cercami
nel vuoto che mi sta inghiottendo
Coglimi
tra tutto ciò che mi sta addosso
Poi con un abbraccio far fermare il mondo
Mettermi su un sogno
e farmi illudere che vivo
Io vivo
Poi con uno sguardo cancellare il resto
Puoi per un istante accarezzarmi per favore
Cercami
nel vuoto che mi sta inghiottendo
Toglimi
da tutto ciò che mi sta addosso
Poi con un abbraccio far fermare il mondo
Mettermi su un sogno
assicurandomi che vivo
Io vivo.
L'Abbraccio (Battista-La Sintesi)

04 luglio 2007

Fiori Malati, e la danza è tutta da bruciare

Si è aperta ieri sera, con ottima accoglienza di pubblico, la rassegna "Danza da bruciare", kermesse di danza contemporanea, presso il Pio Sodalizio dei Piceni in Piazza San Salvatore in Lauro, vicino Via dei Coronari.
Ad aprire la manifestazione, che proseguirà fino all'8 luglio con le dieci compagnie italiane di danza contemporanea più significative, lo spettacolo "Fiori malati" della compagnia Aton Verga, già presentato lo scorso anno nel corso della XV edizione della rassegna di teatro omosessuale Garofano Verde, presso il teatro Belli.
Cinque corpi di donne -tutte a seno nudo, a sottolineare l'eguaglianza con l'uomo-, danzano a terra, piegati su se stessi come feriti, incapaci di alzarsi sotto un rumore che assomiglia a degli spari. O a botte e ferite che nel tempo hanno corroso lo spirito e il corpo di tanti piccoli fiori, abbrutiti da mali quali la pedofilia e le percosse, come poi suggerisce la scena seguente.
Il viaggio di questi corpi-fiori porta ad un susseguirsi di orrori perpetrati con il consenso o il tacito assenso di qualcuno (si fa riferimento, tra gli altri, al silenzio imposto dall'allora cardinale Ratzinger nella vicenda del prete cattolico Oliver O'Grady), identificandoli come cause dell'inaridirsi di fiori che avrebbero dovuto semplicemente sbocciare.
Le allusioni ironiche al mondo pubblicitario e del web (molti i video di youtube che appaiono al lato del palco insieme alla danza) che "sfruttano" l'omosessualità per allargare il target di pubblico sono ben riusciti, anche se altri momenti dello spettacolo rischiano di rendere la condizione omossesuale o lesbica una macchietta di se stessa. Un'uguaglianza violenze infantili-omosessualità è di facile immediatezza, come si necessitasse dover dare a tutti i costi una spiegazione sociologica e traumatica ad una semplice scelta sessuale.
Insieme alla danza, anche versi di Saffo, prima grande poetessa lesbica dell'antichità, e di Charles Baudelaire, i cui "Fiori del male" richiamano un male non ben identificabile; musiche di diversi autori culminano nell'interpretazione di "Dio come ti amo" di Domenico Modugno, eseguita con pathos e suggestione all'interno di una scena di violenza lesbo, una delle più riuscite dello spettacolo, sia per via della recitazione sia perchè non si può ricondurre la violenza tra partner ad un'appartenenza sessuale.
Al termine del "viaggio", un video mostra un individuo passeggiare sulla spiaggia, generando attraverso le proprie orme, germogli di nuovi fiori; anche i protagonisti sul palcoscenico, in abbracci omossessuali od eterosessuali, annaffiandosi a vicenda con brocche piene d'acqua, riportano un necessario sollievo nello spettatore, che può quantomeno augurarsi che aveva ragione De Andrè nel dire che dal letame nascono i fiori.

-Pezzo uscito il 04/07/2007 sul Quotidiano della Sera di Roma-

03 luglio 2007

Sacchi di tela al grand hotel

Dall'aia, dal fienile, dalla campagna a uno degli hotel più prestigiosi di Roma, i sacchi dei contadini fanno strada. L'Hotel de Russie di via del Babuino prosegue la sua recente ma interessante tradizione espositiva con un'esposizione che ha come oggetto principale proprio i sacchi, i sacchi di tela che nel mondo contadino sono entrati in crisi soltanto con il celophane, e adesso vengono trasportati in un tempio del lusso.
Resterà visibile fino al 31 luglio, nei corridoi che portano dalla hall al Bar Stravinskij dell'hotel, la mostra personale di Sandro Mazzucato, "Libera tela", inaugurata ieri sera alla presenza dell'artista e dei curatori della galleria One Piece Contemporary Art di Roma.
I lavori di Mazzucato accompagnano il visitatore fino al chiostro interno, in un passaggio dalla chiara tela da sacco che ammonisce con un "PENSO" chi inizia da lì il proprio percorso nel suo racconto visivo, fino ad arrivare all'uso più complesso della tela stessa e di altre sostanze.
L'artista, infatti, impiega come elemento fondamentale delle sue opere la materia prima dei contenitori contadini, plasmata e modellata come un semplice ritaglio di stoffa piuttosto che come làscito dei bagagli di un viaggio. La stoffa è uno spazio, non un limite: Mazzucato vi aggiunge colori, scritte, ritagli e frammenti di quella stessa terra di cui spesso la tela si riempe.
Quasi tutte le creazioni di Sandro Mazzucato si caratterizzano per l'assenza di chiodi e di cornici intorno alle tele, come a volere impedire qualsiasi costrizione delle opere e della materia da cui derivano, sebbene essa sia, ironicamente, nata proprio per contenere un qualcosa.
La voglia dell'artista di non essere fermato e contenuto traspare forse di più, tra la ventina di opere esposte, nel "Guerriero", figura di un uomo che sembra imprigionato sotto un sacco di iuta dal quale cerca affannosamente di liberarsi, con gli occhi chiusi e i denti stretti.
Una ricerca di libertà che è stata concretizzata, del resto, anche nel nome dato al suo vernissage.
Gli elementi usati dall'artista sono balisari: legno, tela, colla, plastica, acqua. Il lavoro per renderli vivi è da artigiano, fatto di pazienza, come si volesse dar vita a delle sculture.
Infine, l'uso dell'oro, anch'esso elemento che nasce da pietre ma duttile e prezioso.
Il contrasto, nelle opere, tra la povertà dei sacchi e la ricchezza di questo metallo è solo apparente; tutte le materie, infatti, sono ideate per essere plasmate e lavorate a piacimento, usando acqua e fuoco, manualità e teoria. Il valutare la ricchezza o meno di una qualcosa è spesso arbitrario; ciò che viene oggi considerato banalmente pietra, domani potrebbe essere rivalutato, in un gioco infinito al dualismo.
Ecco perchè l'oro si mescola e si fonde qui con il resto delle "povertà"; nell'unione, del resto, sta la ricchezza del tutto. Compresa la libertà.

-Pezzo uscito il 03/07/2007 sul Quotidiano della Sera di Roma-

02 luglio 2007

Shattered Dreams

HEBRON, WEST BANK 1997
Israeli soldier guarding Jewish settlers in the Avraham Avinu quarter of Hebron

Picture by Judah Passow

Ute Lemper. "The moon over Berlin and Paris and the world"

Prosegue con ottimi riscontri di pubblico il Festival Cosmophonies ad Ostia Antica, che il 5 luglio avrà in cartellone un appuntamento da non perdere. Ute Lemper va in scena con la prima delle tre tappe italiane -qualche giorno dopo sarà a Bari e ad ottobre a Milano- del tour di Ute Lemper, "The moon over Berlin and Paris and the world".
La cantante ed attrice tedesca ha ideato per questa serata un viaggio ideale attraverso le canzoni d'amore proprie del repertorio dello storico cabaret tedesco (Friedrich Hollaender) e parigino (Edith Piaf, Jacques Brel), cui ha aggiunto l'interpretazione di Bertolt Brecht e Kurt Weill e le canzoni più famose della cultura mittleuropea degli anni Sessanta-Settanta, elementi del proprio universo personale.
Nata a Munster, in Germania, e considerata l'erede di Marlene Dietrich, Ute Lemper è artista poliedrica e cosmopolita, attrice, cantante e ballerina, in grado di recitare in "Pret à porter" di Robert Altman piuttosto che di ricevere il Premio Molière come migliore attrice di musical (per il ruolo di Sally Bowles di "Jerome Savary's Cabaret") .
Sul palco di Ostia Antica salirà insieme a quattro musicisti: Vana Gierig al pianoforte, Mark Lambert alla chitarra, Don Falzone al basso e Todd Turkisher al tamburo.
Alternando musica classica a quella di genere, la Lemper accosterà brani di grandi interpeti - come "Bilbao Song" di Brecht e Weill o "Ne me quitte pas" di Breil- ad altri scritti da lei, omaggiando anche la canzone italiana con l'interpretazione di "Caruso" di Lucio Dalla e di "Ai giochi addio", tratta dal film "Romeo e Giulietta" di Franco Zeffirelli.
"The moon over Berlin and Paris and the world" si presenta come una sintesi tra la leggerezza della produzione musicale moderna e quella impegnata contro la guerra, tra i ritmi propri del jazz e le tipiche melodie del dopoguerra, tra la cultura europea e quella newyorkese e di Broadway, da cui la Lemper si sta facendo affascinare sempre più.


Pezzo uscito il 2/07/2007 sul Quotidiano della Sera di Roma-

100 Años Compay

Per commemorare i cent'anni della nascita di Compay Segundo, il più celebre musicista cubano al mondo, scomparso qualche anno fa, il Festival Cosmophonies di Ostia Antica ha ospitato il Grupo Compay Segundo lo scorso 29 giugno.
Formatosi dopo la scomparsa dell'artista cubano per volontà dei suoi due figli, Salvador e Basilio-, il Grupo Compay Segundo ha riproposto sotto una nuova veste le musiche della storica band latinoamericana, avvalendosi anche della preziosa collaborazione di artisti solisti e dell'Orchestra Città di Ferrara, che, con i suoi trenta elementi -diretti da Stefano Mazzoleni-, hanno fatto dello spettacolo una grande festa sudamericana.
Oltre, perciò, alle più rinomate e conosciute canzoni di Compay Segundo -che hanno anche costituito la colonna sonora e la trama del film "Buena Vista Social Club" di Wim Wenders-, nel corso della serata sono state anche proposte alcune delle più famose melodie caraibiche ("Besame mucho"di Consuelo Velàsquez e "Perfidia"), oltre a "Las Flores de la Vida", brano composto da Compay Segundo per Papa Giovanni Paolo II ed interpetato dal tenore Francesco Grollo.
L'idea di presentare al pubblico uno spettacolo in cui il Grupo suonasse insieme ad un'orchestra sinfonica è nata dalla volontà dei successori di Compay Segundo (il cui vero nome era Maximo Francisco Repilado) di rispettare le stesure originali e i ritmi tipicamente latinoamericani delle loro musiche, aggiungendo però quella maggiore forza e colore che provengono da un'orchestra sinfonica. Volendo proporre, dunque, la tradizione rinnovata da sonorità più ampie, la collaborazione di Stefano Mazzoleni e del chitarrista Massimo Scattolin sono state in tal senso fondamentali.

Tango ed Eros

Giovedì scorso, il 28 giugno, si è aperta la decima edizione del "Festival Cosmophonies" di Ostia Antica con uno spettacolo d'eccezione: "Tango ed Eros", breve ma intensa storia del Tango, dalle origini fino alle rivisitazioni contaminate col jazz ed il blues, tipiche degli anni Novanta del Novecento.
Il premio Oscar per le musiche de "Il Postino", Luis Bacalov, ed Anna Maria Castelli, unica cantante europea a cui, dopo Milva, sia stato concesso di cantare Tango in Argentina, hanno, per la prima parte dello spettacolo, interpretato brani di Tango Argentino, spaziando da riletture e riscritture originali di Bacalov ai tanghi classici di Enrique Santos Discépolo, Carlos Gardel, Juan Viladomat Masanas ed Astor Piazzolla. Tra le composizioni originali del Premio Oscar, anche "Ricercare Baires1" -un omaggio fatto a Carlos Gardel in occasione della registrazione del suo disco-, anche questo accompagnato dalla voce di Anna Maria Castelli, sempre più considerata nel mondo "la voce del Tango".
La seconda parte di "Tango ed Eros" ha visto salire sul palco l'ensemble strumentale dei Tangoseis, composta da Gilbero Pereyra, Vicky Schaetzinger, Mauro Rossi, Franco Finocchiaro e Mauro De Federicis. Specializzati nell'interpretazione di Astor Piazzolla, i Tangoseis hanno suonato alcuni brani del repertorio del compositore italo-argentino, che, più di qualsiasi altra musica, si prestano ad una realizzazione corale con molti strumenti. Due coppie di grandi ballerini di Tango Argentino, Alex Cantarelli & Mimma Mercurio e Patricia Hilliges & Matteo Panero, hanno invece interpretato, danzando, i brani proposti dai Tangoseis.
Lo spettacolo si è concluso sulle note della celebre "Cumparsita", che ha visto sul palco entrambe le coppie di ballerini danzare insieme, dopo gli assoli di coppia con cui si sono esibiti nel corso della seconda parte.

28 giugno 2007

Festival Cosmophonies ad Ostia Antica

Si apre questa sera alle 21.30, presso il Teatro di Ostia Antica, la X edizione del Festival Cosmophonies, Festival Internazionale di teatro, musica, danza, prosa e cabaret, diretto da Marco Prandi Ferrazzani. Gli spettacoli in cartellone, sono numerosi e variegati; a differenza delle precedenti edizioni, però, con il 31 luglio termineranno le rappresentazioni, senza ulteriore ripresa settembrina.
Si parte questa sera con un evento prestigioso: Luis Bacalov ed Anna Maria Castelli ripercorreranno, insieme ai Tangoseis e due coppie di ballerini -Alex Cantarelli e Mimma Mercurio, Patricia Hilliges e Matteo Panero-, la storia del Tango Argentino in "Tango ed Eros".
Il 29, venerdì, sarà la volta del Grupo Compay Segundo, che omaggerà i cent'anni della nascita del celebre musicista cubano scomparso nel 2003 con "100 Aňos Compay".



L'inaugurazione del programma musicale, il 5 luglio, è affidata ad Ute Lemper, artista poledrica che proporrà "The moon over Berlin and Paris and the world"; sarà poi la volta dei Sonic Youth (il 7 luglio) e, per la grande musica d'autore, il 19 luglio, di Wim Mertens, mentre, il 25, di Paolo Conte. La più grande Soul band musicale, gli Heart Wind & Fire chiuderanno, infine, questa edizione di Cosmophonies il 31 luglio.
Il Festival non proporrà solo musica, ma anche teatro e cabaret: Sandro Morato dirigerà il 6 luglio "La prova generale"con Barbara Chiappini, mentre il 13 la Compagnia Castalia proporrà "Mostellaria" di T. Maccio Plauto, per la regia di Vincenzo Zingaro. Paolo Rossi ed il suo "Qui si sta come si sta" si esibiranno l'11 luglio, Ascanio Celestini, con "Racconti e Canzoni", il 29.
Il balletto vedrà protagonisti, nella soirèe del 18 luglio, "Le star del Balletto russo del Bolshoi", il 24 luglio Joaquìn Cortès, ed il Ballet Flamenco de Madrid il 30 luglio.
Gli spettacoli iniziano alle 21:30, con apertura cancelli alle 20:30; i biglietti partono da un minimo di 15 euro, più prevendita.

Dal 1998 Cosmophonies ha riscontrato un successo crescente di pubblico, incuriosito dalle proposte artistiche e dalla possibilità di vedere gli scavi appositamente illuminati. Cosmophonie ha, infatti, sede nel Teatro Romano di Ostia Antica, in Via dei Romagnoli 717, nel cuore dell'antico porto di Roma.
Il cartellone di quest'anno ha già venduto molto; quasi esauriti sono Joaquìn Cortès (il 24 luglio) e Paolo Conte (il 25), come anche Paolo Rossi, l'11.
Gli spettacoli iniziano alle 21:30, ma i cancelli si aprono alle 20:30; i biglietti partono da 15 euro, a seconda degli spettacoli, più costi di prevendita.
Oltre che sul sito
http://www.greenticket.it/è possibile acquistare i biglietti presso molti rivenditori, elencati sul sito internet del Festival, http://www.cosmophonies.com/o al numero 06.56350468.

25 giugno 2007

Tra Tex e Geda, c'è Emil

Dato che Tex è un duro, anche lui deve esserlo; stringere i denti, incassare i pugni ed andare avanti, con le pistole cariche. Emil Sabau, anche se ha solo tredici anni, è questo che si ripete da quando, un paio di anni prima, è entrato clandestinamente in Italia dalla Romania insieme al padre, a bordo di un furgone di riso.
Saper affrontare le difficoltà è il leit motiv della sua breve esistenza; è l'insegnamento principale del padre, che gli costruisce giaciglio e coperte, in un magazzino di distribuzioni editoriali, con dei fumetti, per proteggerlo dal freddo di quattro giorni chiusi in quel container. E' sempre il papà, Georghe, che rinominando quel primo rifugio la "Casa delle Parole" e le pagine dei fumetti la "Banca Mondiale degli Idiomi", lo invoglia ad imparare l'italiano.
Quando il papà viene rimpatriato a causa di una rissa, Emil resta con Assunta, un'amica, e con lei per un incontro "fortuito" va a vivere a casa di un ambiguo architetto, ossessionato dalla perfezione e dalla bellezza. La notizia che Georghe è stato incarcerato per aver tentato di oltrepassare la frontiera con documenti falsi, mette in crisi Emil; i tentativi di consolarlo dell'Architetto lo mettono in fuga.
Scappa dunque da Torino, Emil, alla ricerca del nonno artista di strada che li ha lasciati soli, convinto che «se hai un figlio, non ti serve un padre» e che conosce solo attraverso bizzarre lettere che gli vengono recapitate.
Prima tappa, Berlino, dove un volantino promuoveva lo spettacolo della compagnia del nonno; ma, come arrivarci? L'incontro con Asia e il suo strambo gruppo di amici, a bordo di una Caravelle ed in un paio di giorni Emil è in Germania; tutto scorre velocemente, come la pistola del suo eroe.
Da qui il viaggio prosegue e lo porta dapprima in Francia, dove trova in Sebastiano il padre che in quel momento non c'è, e poi a Madrid, dove nella grande famiglia di Raùl diventa l'ottavo figlio.
Un bambino coraggioso e la sua avventura dai ritmi incalzanti sono i protagonisti del libro "Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani", di Fabio Geda (edizioni Instar Libri, 13.50 euro) , tra i nominati al Premio Strega di quest'anno. Scorre veloce la lettura, cavalcando per mezza Europa insieme ai fedeli pards del novello Tex.
Nei momenti più difficili, quando Emil era in mezzo a un deserto, come Tex, constretto a non abbassare mai la guardia, la compagnia e il sostegno di sconosciuti colpiti dai suoi occhi azzurri lo hanno aiutato, in un abbraccio accogliente, come se i cattivi non esistessero. O comunque non vincessero mai.
Del resto, lui è Tex. E alla fine vince sempre.


-Pezzo uscito il 25/06/2007 sul Quotidiano della Sera di Roma-

23 giugno 2007

PadV:Tony Cuscino, il Corsaro Nero del Tango



Un viaggio verso la salvezza, da Parigi a Tokyo attraverso tutto l'Oriente e le sabbie dei deserti. Un uomo, Tony Cuscino, novello Ulisse, è in fuga; lui, rampollo della mafia che ha osato ribellarsi alla "famigghia", perdendosi nelle coste di Okinawa arriva fino alla spiaggia di Inukawa, nella penisola di Choshi, con un ultimo desiderio: un Tango. Lo stesso Tango che ha fatto da contrappunto costante al suo attraversamento del Bosforo verso Bombay, che ha ritrovato in un monastero in Tibet e nella frenetica Shanghai.
Frutto di un lavoro profondo, che non poteva che avere un Laboratorio come sede, "Il PadV" è lo spettacolo in scena da stasera -fino al 27 giugno- al Teatro Politecnico. Prodotto dalla Compagnia Meditango di Alex Cantarelli e Mimma Mercurio, è un evento di alto profilo artistico: più di 100 attori-danzatori in quello che, pensato anni fa come annuale "saggio", è diventato invece col tempo un kolossal, sia per numero di partecipanti che per strutturazione.
Danze arabe, Hindi, la Cina della metropoli, rimandi a "Kill Bill" di Tarantino e alla filmografia orientale sono gli elementi cardine di un lavoro che ha nel Tango il file rouge della narrazione. Cuscino come il Corsaro Nero, un eroe moderno, puro e senza fronzoli, alla Salgari, col nome di un personaggio di una gag televisiva di qualche anno fa.
Non è un vero mafioso, Tony; o se lo è stato lo è stato prima che la storia iniziasse. Il suo viaggio per l'Oriente è ricco di incontri, luoghi ed emozioni che il regista, Alex Cantarelli, vorrebbe provare e vedere, che ha immaginato prima attraverso la musica e poi collegato a terre lontane. Un Tango sperimentale, gioioso, poetico ed onirico, nella tradizione della produzione della Compagnia.
Il Tango della musica, espressione dell'anima; la tradizione -Diaz, D'Arienzo, Piazzolla-, e l'innovazione dei Gotan Project, il flauto giapponese di "Hana-bi", Capossela e le colonne sonore di Bollywood.
Col sentimento, del resto, serve solo il comune e silenzioso "sentire".


-Originale del pezzo uscito il 22/06/2007 sul Quotidiano della Sera di Roma-

Intervista ad Alex Cantarelli

Aveva 21 anni quando ha iniziato a ballare il Tango, «per diventare uomo», dopo la morte di suo padre. Dopo 15 anni, una laurea in filosofia e spettacoli in Italia e all'estero, oltre ad essere ballerino, è diventato, invece, anche regista teatrale.
A parlare è Alex Cantarelli, romano di nascita ma di genitori mantovani, direttore artistico, insieme a Mimma Mercurio, della Compagnia Meditango, formatasi sette anni fa come sunto delle loro esperienze, la sua di ballerino di Tango e regista, e quella di attrice di teatro di lei.
«Dopo tanto lavoro sul palcoscenico, col tempo è diventato sempre più importante il momento creativo che c'è dietro e prima dello spettacolo, che questo in sè», prosegue questo giovane trentaseienne; 21 regie realizzate in 7 anni, con altrettanti spettacoli, a suo dire, restati nel cassetto. Non solo Tango, però, ma anche teatro sperimentale, in cui ironia, passione, danza, respiro, amore e "parole silenziose" sono quelli che lui stesso definisce elementi caratterizzanti le proprie sceneggiature e coreografie. «E' grazie alla felicità -prosegue Alex Cantarelli- di fare ciò che più mi piace, dopo tanti sacrifici, che sono così prolifico; molto devo anche alla psicanalisi, ma soprattutto sono stato fortunato ad aver incontrato persone creative e produttive». Tra queste, la sua compagna di lavoro, Mimma Mercurio, grazie alla cui «verve e precisione», quelle che, modestamente, definisce «semplici idee informi» sono diventate spettacoli.
Il rapporto tra la parola e il gesto nella danza lo ha fatto avvicinare al Tango; nella maturità, la volontà di «costruire un teatro di parole senza parole» sta dando voce alle sue regie ed al suo corpo.

-Originale del pezzo uscito il 22/06/2007 sul Quotidiano della Sera di Roma-

20 giugno 2007

John Lennon per il Darfur

"Fai un pò di rumore": l'appello di Amnesty International per porre fine alla guerra civile in Darfur è, in questa occasione, più che mai da ascoltare.
Per attirare l'attenzione pubblica sul genocidio (più di 400.000 morti) che ha corso in Sudan -dove dal 2003 la locale maggioranza nera lotta contro la minoranza araba, appoggiata dal governo centrale-, Amnesty International ha avuto la concessione da parte di Yoko Ono del catalogo da solista del marito, John Lennon. Il risultato è un doppio cd, "Make some noise-Save Darfur", presentato questa mattina contemporaneamente a Milano e a Roma.
Ad interpretare i venti brani del repertorio di Lennon, 23 tra i migliori artisti al mondo, con un impegno complessivo di oltre 50 star internazionali e 30 etichette discografiche.
L'anticipazione del doppio cd -che uscirà in tutti i negozi di dischi il 22 giugno- è stata affidata alla versione dei Green Day di "Working Class Hero", brano del 1970 all'interno del primo album ufficiale da solista di Lennon.
Dal 1 giugno, le canzoni contenute nella raccolta sono inoltre scaricabili a pagamento da internet.
Il ricavato del download digitale e della vendita dei cd sosterrà la campagna di Amnesty per il Darfur e per tutte le altre zone del mondo in cui si stanno ledendo i diritti umani.
Con l'intenzione, dunque, di creare attraverso la musica una nuova generazione di attivisti difensori dei diritti umani, molti gli artisti che hanno aderito al progetto di Amnesty: oltre ai Green Day, il doppio cd contiene anche le interpretazioni di gruppi "storici" -come gli U2, The Cure, Duran Duran, gli A-ha e gli Aereosmith-, di alcune tra le donne più famose della musica pop - Christina Aguilera, Avril Lavigne-, oltre a quelle di Youssou N'Dour, Black Eyed Peas, Lenny Kravitz, Ben Harper e R.E.M. -per l'occasione riunitisi per la prima volta in uno studio di registrazione dal 1997-.

-Pezzo uscito il 20/06/2007 sul Quotidiano della Sera di Roma-

Il Tango allo scoperto

Musica dal sapore antico, di una Buenos Aires degli anni Quaranta, si sovrappone ai tam tam dei jambè delle strade, come fosse una visione. Da figuranti occasionali ed improvvisi, alcuni misteriosi ballerini sfidano i sampietrini di questa città sospesa, descrivendo possibili ed improbabili volteggiamenti tangueri, venendo fuori dall'imbrunire come fossero Claudia, la musa del Guido Anselmi di 8 e 1/2 di Fellini.

Potrebbe essere un set cinematografico; qualche anno fa, del resto, una pubblicità di un noto amaro aveva come protagonisti un uomo e una donna che, attratti l'uno dall'altro, si abbracciavano per un Tango, noncuranti di essere in mezzo alla folla della strada.
Tuttavia, quello che accade a San Lorenzo, di tanto in tanto e non appena cala il sole, è pura realtà.
Specialmente nei primi giorni della settimana, senza una data fissa o un'intervallo regolare, infatti, in qualche piazzetta piuttosto che in qualche cortile di uno degli antichi edifici del quartiere, si può assistere a incursioni tanghere, organizzate dall'Associazione Riachuelo.
L'Associazione, presieduta da Rosella De Salvia, ha infatti deciso di riportare il Tango alla sua primordiale funzione di comunicazione interpersonale, trasformando i cortili e le strade in veri e propri teatri, dove, tra la musica e la danza, si vuole rendere agli abitanti e ai curiosi la sensazione di appartenza ad un unica famiglia.
Inondando conventillos e strade, dunque, si regala all'indaffarato passante, proprio nell'ora di andare a casa e fino a poco prima della fine del giorno, momenti di una vita in sospensione, scandita dalle parole di Carlos Gardel, il Moro dell'Abasto, intramontabile cantante di Tango, che, a detta degli argentini, "ogni giorno canta sempre meglio", come non fosse mai morto.
Finora gli "avvistamenti tangueri" sono stati tra via Tiburtina Antica, Villa Mercede, Piazza dell'Immacolata ed il cortile di Piazza dei Sanniti..che stasera sia una di quelle magiche sere in cui sia concesso di sognare?

- Pezzo uscito il 20/06/2007 sul Quotidiano della Sera di Roma-

Dopo i "cannibali" i "persecutori". L'ultima sfida di Transeuropa

C'era una volta la matrigna cattiva, Tom che avrebbe voluto mangiarsi Jerry e Will Coyote con i suoi fallimentari tentativi di far fuori Bee Beep; poi la realtà, che spesso supera di gran lunga la fantasia, ci ha dato eserciti aggressori, armi biologiche, attentati terroristici, Guantanamo e giovanissimi bulli ostili verso i disabili.
L'antologia "I Persecutori", presentata ieri sera alla libreria Feltrinelli di Via del Babuino, rappresenta il contenitore delle violenze moderne, sull'onda delle teorie di Renè Girard, uno dei massimi pensatori del Novecento. La raccolta, edita da Transeuropa, è stata presentata al pubblico dai curatori Giulio Milani e Marco Rovelli e, in rappresentanza di tutti gli altri, da alcuni degli autori.
Raccontare il mondo attraverso le teorie di Renè Girard, pensatore amato da Milani e Rovelli, ha costituito il banco di prova per quanti sono stati chiamati a collaborare al progetto. Secondo il filosofo francese, il desiderio dell'uomo ha natura mimetica; l'uomo è un animale che imita, e desidera ciò che l'altro desidera. Girard ha creato una sua visione del mondo, in cui il legame sociale è fondato sul sacrificio di una vittima, il capro espiatorio, sul quale è incentrata tutta la sua analisi.
I 19 autori che hanno accettato la sfida di Transeuropa mettono in figura la teoria sacrificale di Girard come fosse un Simposio, raccontando ognuno un qualcosa che diventa parte di un'unica storia raccontata collettivamente; il racconto, però, vede gli autori nei panni dei persecutori, giocando una partita doppia con protagonisti da un lato l'esposizione delle teorie del filosofo avignonese e dall'altra la ripresa, sotto forma di narrazione, della critica girardiana.
Tra i narratori coinvolti nel progetto spiccano nomi d'eccellenza nel panorama della narrativa moderna, come quelli di Christian Raimo -che apre la raccolta con "L'anno prima dell'anno del dragone"-, Carlo D'Amicis -che con "Gabbiani a Las Vegas" illumina il rapporto tra sfida e sacrificio attraverso il funerale di un soldato americano morto in Iraq- e Valerio Evangelisti -con la Guantamo raccontata con gli occhi di "Rachid"-. Unica autrice dell'antologia è Helena Janeczek, che con il racconto sull'immolazione sacrificale di Anna Politkovskaja sembra, a detta di qualcuno, rappresentare così tanto lo spirito del persecutore da aver fatto ritenere quasi superflua la presenza di altre donne nel libro.
Il dubbio però attanaglia la platea: restando nella terminologia girardiana, che siano invece proprio le donne i capri espiatori di questo branco di cervelli maschili?

-Pezzo uscito il 20/06/2007 sul Quotidiano della Sera di Roma-

Flamenco siempre

Domani sera alle 21.15 un'unica rappresentazione straordinaria, solo ad inviti, avrà luogo al Teatro Olimpico : "Il flamenco siempre flamenco". Lo spettacolo è organizzato dall'Associazione Andalusia di Isabel Fernandez Carrillo, la regina del flamenco.
L'Associazione, voluta dalla Carrillo circa vent'anni fa, si presenta come la maggiore associazione di flamenco in Italia. Nella didattica e nella promozione di questa danza, la signora Carrillo è affiancata dalla figlia, Raffaella, nata dal matrimonio con un italiano, ragione del suo fermarsi in Italia.
Lo spettacolo ripercorre le varie fasi di evoluzione del flamenco, partendo dalle radici ebraiche ed indiane, oltre che gitane, fino ad arrivare alla fusione con gli elementi latino-americani. Attraverso musiche di varie epoche e di varie nazioni, quindi, l'excursus del flamenco approda all'età moderna, in cui il pianoforte ha spesso sostituito l'originaria chitarra quale strumento portante della narrazione.
Isabel Fernandez Carrillo, inoltre, tiene a sottolinearel'importanza dei costumi, che, «sgargianti o più dimessi, sono parte integrante dell'espressione del flamenco».
Contrariamente ai manierismi con cui questa danza viene solitamente presentata, lo spettacolo di domani propone un'analogia con l'Italia, soprattutto con il Meridione, «i cui usi e costumi -evidenzia la Carrillo- non sono molto diversi da quelli del Sud della Spagna, sia in termini paesaggistici che per tradizioni popolari e musicali». La sperimentazione, dunque, su musiche non propriamente di flamenco è così spiegata, a sottolineare, appunto, la comune influenza del mondo arabo sulle due terre.

-Pezzo uscito il 20/06/2007 sul Quotidiano della Sera di Roma-