18 marzo 2007: l"incipit


"Vieni a fare un giro dentro di me
o questo fuoco
si consumerà da sè.
E se una vita finisce qua
quest'altra vita
presto comincerà"

Con parole di altri (gli Afterhours), apro questo blog, con il fuoco che spero non si spenga mai.
Ho scritto molte parole, forse inutili o banali, o forse interessanti, irriverenti e divertenti.Le ho pubblicate altrove, ma a volte capita che dopo una giornata al mare si torni a casa solo con la sabbia nelle scarpe.
Ecco spiegato, quindi, il perchè di post retrodatati.
E' iniziata anche questa avventura..davanti, l'orizzonte. Sconosciuto. E per questo, assolutamente elettrizzante!
Buona lettura a tutti!



04 aprile 2006

Intervista ai The Black Heart Procession

Pall Jenkins e Tobias Nathaniel sono i The Black Heart Procession, un gruppo nata nel 1997 da una costola dei Three Mile Pilot di San Diego.
Dopo aver pubblicato il loro primo album, «One», nel 1998, l’anno seguente è stata la volta di «Two» e nel 2000 quella di «Three».
Tre album in tre anni, intesi come un album unico, una trilogia di un medesimo pensiero musicale ed artistico.
Dopo due anni di silenzio, eccezion fatta per tre pezzi incisi in vinile tra il 1999 e il 2001, pubblicano «Amore del Tropico», definito da loro «una sorta di concept ispirato ad un delitto per amore» e caratterizzato da suoni diversi rispetto a quelli precedentemente diffusi dal loro gruppo, con sonorità latine e ritmi diversi.

Per il prossimo 9 maggio, invece, è prevista l’uscita di «The spell», la loro ultima fatica, sempre con la Tounch and Go Records, produttrice di tutti gli altri album a partire da «Two».
Come mai avete scelto come titolo del nuovo album «The spell»?
Non potevamo certamente continuare a titolare i nostri album con dei numeri! Voglio dire, chiamarli «Four» o «Five» sembrava stupido… Avevamo, quindi, bisogno di cambiare. E volevamo scegliere un titolo per l’album che fosse adatto al nostro pensiero di adesso. Voglio dire, «The spell», l’incantesimo, era perfetto per rendere l’idea di quello che avevamo registrato e scritto.

L’incantesimo inteso nei confronti di una donna che vi ha stregato o nei confronti di una società che ci tiene come in un incantesimo?
L’incantesimo ha più una valenza politica, non è solo nei confronti di una donna, l’album parla molto di politica, poi ognuno lo interpreta e lo acquisisce come preferisce. Volevamo cercare di spiegare che ognuno è intrappolato in qualcosa, nel momento in cui ha un rapporto con un’altra persona, e quindi sia in una relazione con una persona che in altre relazioni sociali, come, appunto, in un incantesimo. A volte le persone si domandano come mai si trovino in delle situazioni scomode, come mai provino un senso di costrizione e volevamo rendere quest’idea di gabbia, di ragnatela, che, tra l’altro, è una parola che ricorre spesso nell’album. Rispondere, insomma, a domande di questo genere.

All’interno delle vostre canzoni molto malinconiche, nell’ultimo album c’è una canzone, «Places», in cui sembra che abbiate lasciato da una parte i sentimenti più tristi. Si percepisce, infatti, qui, la gioia di un bel ricordo. Come è nata una canzone come questa?
Per ogni persona una canzone trasmette un sentimento diverso, così come noi in ogni canzone ne vogliamo esprimere uno nello specifico. Volevamo far capire piuttosto cosa fosse il vero amore, cercando di viaggiare con la testa e ricordarci com’era.
E ci sono diversi posti legati ai ricordi, così abbiamo solo cercato di metterli insieme e lasciar sopravvivere le cose vere di un grande amore. Inoltre, se cerchi per molto tempo qualcosa, anche di negativo, quando la trovi ti ricordi subito il posto in cui l’hai trovata e ogni volta che ci pensi ci ritorni con la mente, anche se sei fisicamente lontano, tu viaggi fin lì. Toby, invece, a quanto pare l’ha interpretata un po’ più come me, come cioè voglia di «tornare in un posto dove siamo stati bene, che ci ha emozionato».

Ma tutti questi vostri “sentimenti disillusi”, che rasentano quasi la constatazione dell’assenza di un loro connotato positivo, a cosa sono dovuti?
Non credo i nostri siano sentimenti cattivi, è più romantica la cosa. Promulghiamo il vero amore, a tutto tondo. Ma ci sono tanti modi di interpretare le nostre parole, proprio perché noi parliamo di amore, senza specificare se è quello tra un uomo e una donna; in realtà il senso delle nostre parole è molto più politico che “sentimentale”.
Poi ognuno, però ed ovviamente, ci sente e ci legge ciò che più gli piace. La verità è relativa. E la voglia di controllare ciò che ci circonda prevale, in tutti i sensi. Come se, appunto, si fosse stregati in un incantesimo.

Qualcuno ha paragonato la vostra musica a quella di Cave e di Leonard Cohen. Il fatto di essere paragonati a qualcun altro è castrante per voi, a livello della vostra produzione musicale e nei confronti del vostro pubblico, perché vi fa sentire quasi obbligati a rispettare questa somiglianza, oppure no?
Sinceramente non credo che la nostra musica sia come quella di Leonard Cohen o come quella di Cave. Probabilmente il paragone l’hanno fatto a livello dei testi, dato che la loro musica è molto diversa dalla nostra. Forse, solo nei testi c’è una rispondenza, nel senso della malinconia e del modo in cui esprimiamo i nostri sentimenti e li mettiamo a confronto. Per cui non sentiamo alcun peso! Nessuno ha torto o ragione, torniamo al discorso della percezione della nostra musica; ognuno può riscontrarci delle somiglianze con altri generi musicali o con altri musicisti, ma in ogni caso noi non ci rifacciamo a nessuno in particolare.
Ovviamente abbiamo delle influenze personali, ma tutto ciò, per fortuna, non ci condiziona nella produzione musicale e dei testi. Noi cerchiamo in ogni caso di essere naturali, onesti e di fare il miglior prodotto di quello che sappiamo fare e vogliamo dire. Senza preoccuparci di rientrare o meno in una qualche catalogazione. E poi la cosa bella dei BHP è che, per fortuna, riusciamo ad avere una perfetta sincronicità nella creazione; sia io che Toby riusciamo a risponderci perfettamente nelle esigenze musicali e dei testi. Per cui magari nasce prima una musica con le note di Toby e poi un mio testo o viceversa; in ogni caso, tutto è in perfetta sincronicità. È una connessione.

Tu, Pall, scrivi tutte le canzoni e tu, Toby, suoni il piano. In più, però, suonate moltissimi strumenti, essendo pertanto dei polistrumentisti che si avvalgono, ogni tanto, della collaborazione musicale di altri amici o musicisti. E spesso e volentieri ci sono rumori di sottofondo che aiutano a creare l’atmosfera delle vostre canzoni. Quando fate i live, non trovate difficoltà sia a riproporre sentimenti così emozionali sia a ricreare l’atmosfera propria delle canzoni davanti al vostro pubblico?
Vogliamo che le persone si emozionino. Per cui, ogni volta che suoniamo dal vivo, cerchiamo di farlo. Essendo poi, la nostra musica, appunto, emozionale, in genere non riproduciamo esattamente la canzone come è registrata in studio, ma ogni volta apportiamo delle modifiche, sia perché in studio si possono fare degli arrangiamenti che dal vivo non sono possibili, sia perché le emozioni sono diverse e quindi vano rapportate alle singole situazioni. Ed anche alle emozioni del nostro pubblico.
A volte è difficile per noi riprodurre delle canzoni, magari perché non ti va di suonarle, ma “lo devi fare”, o magari perché in quel momento non ci ritroviamo con il sentimento della canzone, ma facciamo questo mestiere e queste sono le nostre canzoni, per cui, volenti o nolenti le dobbiamo fare. In più, appunto, spesso e volentieri, modifichiamo in corso d’opera le canzoni stesse, andando ad interagire sia con i nostri sentimenti che con il pubblico stesso.
Cerchiamo di fare musica, magari solo col piano, o insieme ad esso. Cerchiamo di riprodurre attraverso la musica ciò che sentiamo. E cerchiamo di divertirci, trovando anche qualcosa che sia appropriato sia alla musica in sé che al testo, cercando in ogni caso di fare il nostro meglio. È un po’ un esercizio sulle nostre emozioni; a volte è una battaglie con esse, altre è perfettamente coincidente. Ma comunque, è il nostro lavoro.

BHP, come mai avete definito il vostro cuore nero? Perché feriti da qualcosa, per cui dal suo colore naturale, il vostro cuore si è macchiato o perché credete che sia proprio del genere umano possedere un cuore nero, quindi fondamentalmente cattivo?
In realtà, all’inizio, quando abbiamo rotto coi Three Mile Pilot, non avevamo un nome e cercavamo qualcosa di adatto per la band. A Toby, poi, piaceva molto l’idea di usare il termine processione, e anche molto quella di “cuori neri in processione”, persone, cioè, che sono in processione perché credono in qualcosa in comune per la quale sfilano. Senza contare che all’inizio avevamo un nome orribile, “The Couple”, che però voleva solo sottolineare il fatto che eravamo un insieme, vicini ed amici, ma, ovviamente, non era il nome adatto. Volevamo cambiarlo, così il giorno prima di un nostro spettacolo lo abbiamo fatto, trovando quello perfetto!

In un’intervista avete detto che il sound dei BHP è quello di «un uomo ubriaco che cammina senza scarpe»; ritenete che ancora adesso la vostra musica possa essere definita così?
Una domanda senza risposta….più o meno potremmo dire che la nostra musica ora è quella di un uomo senza gambe…!!!!

Dopo l’uscita di «The spell», i Black Heart Procession toccheranno con il loro tour alcune città italiane, come Bologna (il 9 maggio al Nuovo Estragon), Roma (l’11 maggio al tba) e Torino (il 12 maggio) all’Hiroshima.


-Pezzo uscito a aprile 2006 su www.lineamusica.it-

26 marzo 2006

Mystic Diversion

Allora Francesco, nasci come musicista negli anni Ottanta. In quegli anni la tua musica aveva la funzione di far ballare, divertire e distrarre. Poi hai accentuato la carriera di paroliere, dando, quindi, maggiore importanza alle parole. Infine sei passato alla musica ambient, in cui le parole ci sono, ma sono quasi superflue. È stata una evoluzione verso una musica più sensoriale o credi semplicemente sia più facile far produrre e far girare un prodotto “da accompagnamento” piuttosto che un testo impegnato od un genere dance fortemente messo in crisi dalla concorrenza statunitense e britannica?
Niente di tutto ciò! Credo che tutto sia musica, anche quella di generi diversi; ecco perché ho naturalmente cambiato i miei stili. È stato un processo naturale, i gusti sono cambiati con il tempo.
Inoltre, mi ero stufato di cantare e volevo scrivere musica. Sono un cantautore che canta le sue cose, ma che preferisce soprattutto fare il song-writer. Ed ho iniziato, quindi, a dedicarmi essenzialmente a quello, con la speranza che la mia musica sarebbe finita in un film. Ed invece, ha preso tutto un’altra piega!

In questo modo, quindi, si spiegano anche i diversi nomi che hai usato nel corso della tua carriera, da Mike Francis a Francesko a quest’ultimo.
Si, proprio per sottolineare l’evoluzione personale e della mia musica che ho portato avanti in questi anni.

Resta ferma, ad oggi, la tua attività di compositore ed autore per altri artisti?
Resta comunque presente la mia attività di compositore per altri, sostanzialmente perché è una cosa che mi piace fare. Sia nello scrivere che nel comporre, infatti, la soddisfazione è la stessa!

E cosa ti gratifica di più, comporre e pensare ad un prodotto per altri o per te stesso?
Come ti ho detto prima, piacendomi scrivere musica, lo faccio in ogni caso, a prescindere se è per me o per altri. È comunque qualcosa di bello per me.

Vanti collaborazioni con Ami Stewart e con I Ragazzi Italiani. A che si deve questa disparità di scelta?
Sia Amy che i Ragazzi Italiani sono state conoscenze derivanti da quella che allora era la nostra casa discografica, l’attuale BMG, che all’epoca era ancora la RCA. Il sodalizio con Amy è nato perché lei si era trasferita da poco a Roma e, lavorando con la mia stessa casa discografica, le era capitato di ascoltare alcuni pezzi della mia produzione. Le è piaciuta, ed è venuta fuori l’idea di fare qualcosa insieme.
Per quanto riguarda i Ragazzi Italiani, invece, loro hanno solo cantato le mie canzoni, scritte da me come autore e non specificatamente per loro; gli sono piaciute e quindi, le hanno cantate..

Rimpianti verso il passato? Pensi ci sia ancora spazio per te per quel genere di musica o l’hai superato?
Nessun rimpianto. Né rinnego quello che ho fatto. Tutta la mia produzione va vista dal punto di vista del naturale processo di evoluzione personale, dei miei gusti, del mio modo di esprimermi. Inevitabilmente, quindi, è un genere che ho superato, che non sento più molto mio.

Veniamo al presente: Mystic Diversion: perché questo nome?
Avendo in mente un progetto, necessitavamo di un nome da dargli. Volevamo trovarne uno che sottolineasse il nostro intento di costruire e fare una musica che prendesse ispirazione dalle musiche del mondo, nonostante, poi, fondamentalmente, la nostra musica abbia una base latina.

I Mystic sono tre: oltre te, tuo fratello, Mario, ossia Mari-One e Aidan Zammit; sei tu la mente e loro il braccio o componete insieme?
Nei Mystic io sono quello che scrive di più, ma tutti gli arrangiamenti sono il risultato di un lavoro comune, specie perché proprio gli arrangiamenti sono imponenti.

L’ultimo album, che uscirà il 31 marzo prossimo, si chiama «From the distance»; quali sono state le ispirazioni di quest’ultimo lavoro?
L’idea di fondo è che posti molto lontani tra loro si assomigliano, perché facenti tutti parte di un unico spazio. Oltre che con la musica, abbiamo cercato, quindi, di far risaltare questa idea attraverso le foto contenute nell’album. Il fotografo Salvo Galano, infatti, ha ritratto sia la meravigliosa isola di Ponza (amata, tra l’altro da entrambi), che il Venezuela e le Galapagos; eppure, sembrano tutte foto di uno stesso posto. Avevamo dunque ragione! Ed anche il titolo dell’album, poi, rientra in questo discorso.

Nel nuovo album collaborano con voi Wendy Lewis, Nadine Renee e i Farias. Com’è nata la vostra collaborazione?
Wendy vive a Roma e cantava come corista; la nostra collaborazione risale al primo album dei Mystic, «Crossing the liquid mirror». Ha una voce meravigliosa. Come, del resto, anche Nadine, conosciuta tramite Maurizio Altieri; a loro è piaciuto il nostro project e l’hanno, quindi, prodotto. I Farias, invece, li ho conosciuti a Roma, per caso.
Insomma, mai come nei loro confronti dire che è stato il destino a farci incontrare è esatto!

In «Colours», invece, che è il vostro terzo album ed è uscito nel 2004, spicca la collaborazione con alcuni importanti jazzisti italiani, quali Bungaro e Di Battista. Da dove nasce l’idea di fondere il jazz, con quella che tu chiami musica etnica? E la collaborazione con loro due?
Credo che il jazz e la mia musica siano molto vicini, sia come genere che come stile. Nella mia musica ci sono molte componenti di bossanova e R&B, di tango ed anche di jazz.
Mentre con Di Battista la collaborazione è nata perché ci lega un’amicizia, con Bungaro è nato tutto perché Aidan [Zammit] lavora con lui.

Il genere chill-out, ossia quello in cui rientrerebbe la vostra musica - sebbene a te non piaccia questa definizione!-, viene spesso accusato di essere ripetitivo e noioso. Come ti poni davanti a questa affermazione e cosa fai tu per smentirla?
Il chill-out non è un genere di musica. È un sinonimo di rilassamento dopo un’attività frenetica. In teoria, tutte le musiche sono create per rilassarsi. Specie le produzioni degli ultimi anni, che hanno visto tantissime compilation del genere. Al momento c’è un’inflazione di questo tipo di musica, non ci sono molti project originali, specie in Italia, dove a parte noi ci sono i Gabin e Donati che fa new-bossa. Puntiamo, quindi, a smentirla attraverso produzioni originali ed innovative, che non si rifacciano a qualcosa di già edito.

La difficoltà materiale di portare in tournèe questo genere di musica, non vi risulta castrante per la vostra produzione musicale? In teoria, tutti i musicisti desiderano molto il contatto col pubblico…
Purtroppo non abbiamo fatto molti concerti. La nostra musica, infatti, necessita di un palco grande, con parecchia attrezzatura, dato che siamo almeno in dieci a suonare. Non è facile trovare posti adeguati, in cui riusciamo a starci tutti. Con una formazione ridotta, però, la complessità della nostra musica non verrebbe fuori e si farebbe un prodotto a metà. Sostanzialmente sono convinto che fino a quando non possiamo realizzare il nostro prodotto come vorremmo fosse fatto, fare dei concerti sarebbe solo peggiorativo, sia per noi che per il pubblico. Non ne varrebbe la pena. Con questo non voglio dire che non facciamo in assoluto concerti perché non ci sono gli spazi adeguati -ad esempio, l’anno scorso ne abbiamo fatto uno in occasione dell’anniversario di Bulgari in Svizzera-, ma solo che cerchiamo di far coniugare le nostre esigenze tecniche con una buona realizzazione live.
Anche perché non abbiamo un repertorio dance, in cui eventuali arrangiamenti computerizzati possono sopperire agli strumenti veri e propri, ma, facendo world music, l’essenziale sono gli strumenti. Tutti.

Hai un luogo preferito per ispirarti musicalmente?
Ponza. È un’isola che amo molto. Per cui ci vado spessissimo. Ed ogni volta mi emoziona.

Nel 1992 sei stato in tournèe nelle Filippine e ne hai diffuso il video. Eri ancora Mike Francis; come mai la scelta delle Filippine? Questa è stata una data voluta da te? E ha, in caso, avuto la valenza di inizio o di punto di approfondimento della tua conoscenza del mondo orientale?
La scelta delle Filippine è stata loro, così come quella di produrre un video. Si trattava di concerti molto grossi, in cui c’erano circa 15.000 persone, per cui realizzare un video era assolutamente idoneo. Inizialmente, il video è stato venduto lì e poi si è deciso di venderlo anche in Italia. Sebbene, quindi, andare in Oriente non fosse stata direttamente una mia decisione, sicuramente ha rappresentato un punto di approfondimento della mia conoscenza del mondo orientale, che, tra l’altro, avevo già avuto modo di conoscere con precedenti mie tournèe in Oriente.

Sei stato uno dei primi esempi di musica italiana esportabile all’estero, in lingua inglese, però. Come mai le case discografiche non producono appositamente per il mercato straniero, limitandosi ad esportare in alcuni paesi il prodotto italiano? Secondo te questa è una mancanza delle case produttrici che non osano o dei nostri artisti che non si rendono conto della globalizzazione della lingua?
La musica tipicamente italiana che si produce è quella folk, per cui o sei un artista del genere o non funzioni fuori. Le nostre imitazioni all’estero di funk, pop e simili, in italiano non funzionano, perché le andiamo ad esportare in luoghi in cui quei generi musicali fanno parte della loro cultura. Solo gli Almamegretta ci sono riusciti. Lo straniero, sentendo un tipo di musica che assomiglia a quella che gli appartiene, ma con una lingua diversa, non la capisce; invece, qualcosa di completamente diverso da quello che è il loro patrimonio musicale, viene accettato e capito. Tutto qui!

Oltre all’album dei Mystic che uscirà venerdì, stai lavorando a qualcosa di nuovo?
Si, sto facendo un disco come cantante, ma da quando sono nati i Mystic non ho più fatto canzoni da cantante. Non so quando dovrebbe uscire, ma dato che è quasi finito, mi auguro tra la primavera e l’autunno.


"Guardare e pensare a persone e luoghi lontani, perché non è sempre possibile viaggiare, anche se viviamo su una terra piccolissima dove, se pur diversi, non siamo così diversi. E se avessimo vissuto in un’altra città qualsiasi, la nostra vita sarebbe stata diversa, ma non così diversa, avremmo fatto cose diverse, ma non così diverse. Avremmo sposato un’altra donna o un altro uomo diversi, ma non così diversi. Qualsiasi posto nel mondo potrebbe essere stato la nostra casa. E quindi va protetto. A queste cose pensavo mentre lavoravo a «From the distance». Francesko, Ponza. Estate 2005.


-Pezzo uscito a marzo 2006 su www.lineamusica.it-

23 febbraio 2006

Intervista ai Vernice

Luca Guadagnini, Marco Abbatini, Enzo Alberigi e Pino Bastianelli: questa è la nuova formazione dei Vernice, gruppo italiano che esplose nell’estate del 1993 con il tormentone “Su e giù”, per poi mietere ulteriori successi negli anni successivi, come “Solo un brivido” e “Sud”.
Formatisi nel 1988, hanno iniziato a suonare per le piazze e le sagre dei Castelli Romani. Poi, nel 1992, alla finale RAI di Castrocaro, Claudio Cecchetto li scopre e li lancia; esce, così, nel 1993 il loro primo album dal titolo “Vernice”, seguito due anni dopo da “Quando tramonta il sole” e dalla loro partecipazione al Festivalbar.
Tuttavia, con l’uscita dal gruppo di Stefano D’Orazio, sembrava che i Vernice fossero “scomparsi” dal panorama musicale italiano, sebbene a torto.
Infatti, li incontro in uno studio di registrazione romano e mi spiegano che in realtà i Vernice, in questi anni, hanno continuato a lavorare, non solo sulla scrittura dei pezzi, ma anche con tournèe per le città italiane, al fine di riproporre il sound Vernice.
Una delle maggiori difficoltà, è inutile negarlo, è consistita nel riproporre il medesimo sound senza la medesima immagine; identificare i Vernice con il “cantante con il cappello bianco” era un tutt’uno, infatti. Ma i Vernice non hanno desistito, e, continuando a lavorare, hanno cercato un nuovo cantante.

L’incontro con Luca com’è avvenuto?
Mi risponde Enzo, il bassista del gruppo: «Abbiamo fatto dei provini a quattro, cinque cantanti, tra cui anche un ragazzo di Modena, Gianni Leone -davvero bravo, al punto che ha scritto anche un pezzo, “Piove”, che sarà presente sul nuovo album-, ed eravamo indecisi alla fine tra lui e Luca. Poi abbiamo preso Gianni per circa un mese. Tuttavia, la cosa non è andata bene, per cui abbiamo richiamato Luca, che poi si è rivelato molto più adatto alle nostre esigenze. Riconosco di aver sbagliato io, dato che preferivo l’altro; forse, proprio per questo, poi, io e Luca siamo diventati molto amici. In realtà siamo tutti diventati prima amici e poi gruppo musicale.

Luca, l’esser entrato a far parte di una formazione già nota e con un sound ben preciso, ti ha pesato a livello della tua espressività musicale? O ti è capitato di esser considerato inizialmente, da parte del pubblico, “l’intruso” nel gruppo?
Sorride Luca, con la chitarra in mano mentre strimpella alcune note. Poi ammette che, in effetti, con il pubblico inizialmente ha avuto delle difficoltà, «perché se ti presenti sul palco e hai davanti chi si aspetta che tu faccia quello che magari riusciva a fare Stefano, ti rendo conto che non è facile. Poi, la gente la prima domanda che si fa è “E adesso questo chi è? ”; la cosa, tuttavia, a me non spaventa. Se sto qui con loro è perché credo nel progetto innanzitutto e nell’emozione che comunque hanno dato finora. Senza contare che, in ogni caso, far parte dei Vernice è bello, perché io prima ero un solista e lo stare in un gruppo che ha già alle spalle un po’ della sua storia, è sicuramente stimolante, specie perché, pur avendo un proprio passato, è un gruppo aperto a nuove sperimentazioni. Fermo restando, però, che in ogni caso, ti devi abituare!»

Prende la parola nuovamente Enzo, contento di sottolineare come la riproposizione al grande pubblico dei Vernice sia coincisa con l’introduzione anche di nuovi generi musicali all’interno del loro sound; con un nuovo produttore e Luca, infatti, i Vernice hanno acquisito ulteriori variazioni musicali, di sicuro beneficio alla totalità della loro musica.

A questo punto, la curiosità mi spinge a chiedere proprio agli altri membri del gruppo quanto l’entrata di Luca abbia portato novità nel loro sound.
È di nuovo Enzo che prontamente mi risponde: «Sicuramente un minimo di svolta c’è stata, perché le cose che scriveva Stefano sono molto belle ancora adesso e ogni volta che le riproponiamo abbiamo molto seguito. Stefano ha scritto i pezzi insieme ai Vernice e i Vernice erano un sound, fatto da un gruppo nella sua totalità.
Il cantante nuovo è bravo quanto Stefano, ma, ovviamente, ha delle sfumature musicali diverse. Pur essendo sicuramente bravo sul palco quanto il precedente cantante, Luca, allo stesso tempo, è musicalmente più ricco, nel senso che è più aperto a diversi tipi di musicalità. E infatti nel nuovo album si noterà sicuramente che abbiamo svoltato su certe cose che prima magari non erano da noi contemplate, fermo restando, però, il sound che ci caratterizza».

Il nome Vernice, del resto, come loro mi spiegano, è nato un po’ per caso, ma fondamentalmente ha rispecchiato perfettamente la composizione del gruppo. «Effettivamente il nome Vernice era quello più adatto. Perchè venivamo tutti da un genere musicale diverso, chi jazz, chi funky, chi rock, quindi andavamo a comporre una vernice di quadri di diversi autori».

Il nuovo album, che si intitolerà “Troppo duri per morire”, conterrà quindi nuove canzoni e nuovi generi musicali?
Si, ci saranno tutte canzoni nuove. Forse, tra le canzoni che rappresentano meglio l’introduzione di nuovi generi musicali, colpirà Il Mondo, la bellissima canzone di Gimmy Fontana, che abbiamo riproposto con un arrangiamento di Gazebo. Ne è uscito fuori un pezzo veramente bello.

Da dov’è nata l’idea di rifare una canzone come Il Mondo, pilastro della vecchia canzone italiana?
L’idea è nata da Marco [Abbatini, il batterista del gruppo], per gusti personali. Volendo fare, infatti, un paio di cover per vedere come avrebbe reagito il pubblico, Marco ci ha proposto questo pezzo di Gimmy Fontana; l’idea poi si è rivelata perfetta! Abbiamo preso Gazebo, che era interessato a questa produzione, e ti dobbiamo dire che non è stato difficile riarrangiare il pezzo. Il Mondo è, infatti, bella di per sé; bisognava, quindi, non snaturarla, o per lo meno snaturarla senza però cambiarla del tutto. E’ venuta fuori una cosa carina, perché è nato qualcosa che non l’ha trasformata. Lo stesso Fontana ne è rimasto entusiasta.

Il titolo del nuovo album -Troppo duri per morire- sembra un po’ racchiudere un messaggio per tutti i vostri fans, non è così?
Decisamente si. Se si dice che i Vernice sono “spariti”, infatti, si sbaglia. Perché noi abbiamo sempre lavorato. Abbiamo avuto uno stand-by, ma non perché non avevamo idee da tirare fuori, ma perché mancavano i fondi per produrle. A ciò, poi, si è aggiunto il distacco da Stefano. Ora, con l’arrivo di Luca e di un nuovo manager che crede fermamente in noi, Franco Schembri, vogliamo dimostrare proprio che siamo troppo duri per morire.

Oltre a lavorare al loro nuovo album, i Vernice stanno anche organizzando la loro tournèe estiva, che li porterà in giro per tutta Italia; in questi giorni, poi, inizieranno le riprese del video del prossimo singolo, Luca maledetto, basato su una storia vera.
In che modo volete presentare al pubblico il nuovo cantante e il nuovo album, che, a quanto pare, contiene diversi generi musicali e, quindi, potrebbe far si che il pubblico appartenga a fasce diverse?
Innanzitutto faremo i live all’aperto. Poi stiamo preparando gli unplugged per performance più intime, da poter attuare in piccoli locali, teatri o borghi di cittadine. Tre o quattro chitarre acustiche per i live, per una comunicazione diretta con il pubblico e approfittando anche del fatto che gli unplugged stanno tornando molto di moda! Una fortuna davvero, questo ritorno di moda, anche perché per chi fa musica suonata, farlo in unplugged è il modo migliore e più efficace per esprimersi. Nostra intenzione, poi, è rilanciare i Vernice come gruppo nella sua totalità, non più incentrando solo ed esclusivamente la nostra immagine sul cantante, sebbene sia logico che in un gruppo sia proprio quest’ultimo ad essere naturalmente preposto a rappresentare tutti. Senza contare che, in ogni caso, abbiamo tanta voglia di fare bene!

Sicuramente, “La Mente”, “La Tecnica” e “L’Intuito” -come li ha definiti lo stesso Luca, cioè “La Voce”, per sottolineare i rispettivi ruoli e le capacità di ogni membro dei Vernice- sono intenzionatissimi a trasformare la voglia di fare bene che non li ha mai abbandonati in qualcosa di duraturo ed efficace…a questo punto…in bocca al lupo!


-Pezzo uscito a febbraio 2006 su www.lineamusica.it-