18 marzo 2007: l"incipit


"Vieni a fare un giro dentro di me
o questo fuoco
si consumerà da sè.
E se una vita finisce qua
quest'altra vita
presto comincerà"

Con parole di altri (gli Afterhours), apro questo blog, con il fuoco che spero non si spenga mai.
Ho scritto molte parole, forse inutili o banali, o forse interessanti, irriverenti e divertenti.Le ho pubblicate altrove, ma a volte capita che dopo una giornata al mare si torni a casa solo con la sabbia nelle scarpe.
Ecco spiegato, quindi, il perchè di post retrodatati.
E' iniziata anche questa avventura..davanti, l'orizzonte. Sconosciuto. E per questo, assolutamente elettrizzante!
Buona lettura a tutti!



05 settembre 2007

just walking

Continuano a passare i giorni, qui a New York, come se non ci fosse nulla di preciso da fare per poi però ritrovarsi nel vortice della frenesia generale.
In questo fine agosto, infatti, si sono accumulati alcuni giorni di festa; lo scorso 1 settembre, poi, si festeggiava il Labour Day, simile al nostro 1 maggio. Con la differenza che tendenzialmente quasi tutti gli esercizi commerciali erano aperti, i taxi erano sempre numerosi e tranne tre musei tutte le attrattive culturali della città erano garantite.
Da ieri, però, la città si è nuovamente riempita; il Labour Day è, infatti, l'ultimo giorno delle vacanze estive.
Le strade, da due giorni a questa parte, sono tornate ad essere pienissime di persone, tutte frettolosamente dirette da qualche parte con in una mano cibo o bevande e nell'altra il cellulare; le donne, inoltre-tutte o quasi-, aggiungono alla borsa anche una busta, in cui custodiscono gelosamente le scarpe basse per poterle indossare nella pausa o nel ritorno a casa.
Sto vivendo anche io la frenesia di New York. Oggi, poi, lo sciopero dei taxi ne ha letteralmente bloccato i grandi viali, affollandoli di macchine, limousine affittate, taxi-risciò e autobus di linea.
Tornando dallo studio di mio fratello che è su Lexington Avenue, attraverso l'affascinante Park Avenue ed incrocio Sarah Jessica Parker, in attesa accanto a me che scattasse il verde per i pedoni.
Arrivata sulla 5a, invece, ho sentito un pò del concerto dei Maroon 5, che, all'interno del Fashion Rock (è in corso, infatti, la settimana della moda), si sono esibiti davanti al mega centro Apple all'angolo con la 59 st; è stato carino ammirare i newyorkesi da poco usciti dall'ufficio, che ballavano in giacca e cravatta o tacchi alti in mezzo alla strada...Per non parlare poi dei pullman turistici a due piani che hanno bloccato la 5a strada perchè fermi a sentirsi il concerto...
That's New York.

02 settembre 2007

Harlem

Harlem. Il quartiere inizia alla 125th Street, circondata ad est dal fiume Harlem e ad ovest dall'Hudson.

Qui fino a trent'anni fa non ci si poteva nemmeno passare in auto con i finestrini blindati.
Tutta colpa delle rivolte iniziate negli Anni '70 e proseguite anche negli anni a venire, quando con la scusa di ottenere i risarcimenti delle assicurazioni vennero bruciate moltissime case in cambio di dollari.
Ora è tutta un'altra storia; chi ci vive non è più un reietto ribelle della società newyorkese, ma semplicemente un uomo, bianco o nero che sia.
Certo, la comunità afro è quella che popola maggiormente questo immenso quartiere a nord di Manhattan; ma la fobìa dell'uomo nero, per fortuna, non c'è più.
Ora ci vivono molti artisti; è una zona ottimamente collegata grazie ad autobus e metropolitana; ora c'è Sugar Hill, dove gli affitti sono altissimi.
In tutta questa normalità omogenea, per fortuna, però, i battisti hanno mantenuto viva la loro parte più intima, lo spirito religioso. Anche se, purtroppo, per le strade sono molti i pullman zeppi di turisti, pronti a fotografare semplici fedeli abituati a pregare cantando come se stessero, invece, allo zoo.
Essendo abitato per la maggior parte da afroamericani, in chiesa la domenica mattina ci sono per lo più neri, elegantissimi nei loro vestiti a festa per il giorno del Signore.
Le donne più anziane vestono solo ed esclusivamente di bianco, dalla testa ai piedi, cappello e scarpe comprese; le altre semplicemente in modo molto elegante, relegando il bianco a colore per gli accessori, mentre le ragazze sono vestite normalmente. Anche negli uomini c'è una certa ripartizione generazionale nell'abbigliamento; quelli più anziani indossano frack o abiti da cerimonia neri o gessati, mentre man mano che scende l'età si vedono anche jeans e maglietta.
Le strade di Harlem est sono piene di persone, tutte sorridenti, in attesa fuori dalle moltissime chiese di amici e parenti. Tutto intorno, le saracinesche dei negozi sono coperte da graffiti colorati; le strade smettono la numerazione di Manhattan per prendere il nome dei "loro" eroi, come Malcom X, o di qualche reverendo della comunità battista.
Alle 11 le strade si svuotano; si prende posto in chiesa (più simili a degli ampi saloni con un palco, non essendoci navate, cappelle per i santi ed altari) e si aspetta che dalla porta principale scendano verso il palco il diacono, la diaconessa e tutti gli altri officianti e membri importanti della comunità. Rigorosamente danzando e cantando a ritmo delle note dell'organo moderno, il cui suono è molto simile a quello di una tastiera elettronica.
Microfono in mano, si salutano i membri della comunità, si ringrazia il Signore per i doni avuti finora; qualcuno dalle panche batte le mani, qualcun altro dici un vigoroso "Yes", un altro intona parole di ringraziamento; intanto l'officiante prosegue in crescendo le preghiere affinchè lo Spirito Santo scenda sulla comunità e la aiuti a superare le difficoltà quotidiane.
Si intonano canti religiosi, mentre un coro di bianche vesti ondeggia a ritmo di musica e batte le mani a tempo; in un attimo tutta la chiesa si alza in piedi, ondeggia anch'essa, si consuma le mani battendo a ritmo insieme al resto delle persone.
Un'emozione sentire di essere ancora in grado di provare così tanto trasporto in nome della fede.

01 settembre 2007

Cena a Long Island

Stasera sono andata a cena con i miei parenti americani...il fratello di mia nonna, come tanti italiani allora, è nato qui, a New York, dove parte della famiglia si è trasferita in cerca di un migliore domani.
Oggi questa parte della mia famiglia è totalmente americana; i figli dei figli ed i nipoti sono nati qui, cresciuti qui e vivono qui.
Alcuni di loro di italiano hanno solo il cognome, altri qualche reminiscenza di dialetto, altri l'amore per la terra che i propri avi hanno dovuto e voluto lasciare diverso tempo fa, altri ancora ne hanno fatto materia di studio e di lavoro.
L'appuntamento è a Long Island, una delle isole che ci sono a New York e che costituiscono praticamente un territorio a sè stante.
La casa di mia zia Aurora e di zio Vincent (a dispetto del nome, lui ha origini siciliane ma non parla nemmeno una sillaba in italiano) sembra una di quelle dei film; nel mezzo di una distesa verde di questa parte di New York, si erge una villetta a due piani, piena di moquettes e foto di figli e parenti.
Ne trovo anche una di mia nonna con il fratello, che poi sarebbe il papà di mia zia, morto qualche anno fa.
E' stato bello pensare che almeno adesso loro due stanno insieme da qualche parte, non più divisi da un oceano di distanza.
Siamo in 14 a cena; si parla in tutti i modi. Italiano, inglese, dialetto calabrese, gesti, sorrisi.
Ma sono contenta.
Il tramonto che ho davanti, la baia, l'oceano e il calore di queste persone che mi hanno visto sì e no tre volte in tutta la mia vita mi scalda il cuore.

Il sole ed il vuoto

Questa mattina, dopo la solita colazione da Sturbuck's, sono andata direttamente all'Empire State Building, contravvenendo ai consigli di chi c'e' gia' stato (m'era stato, infatti, suggerito il tramonto come momento ideale per salire lassu') e decidendo di gustarmi in pieno sole la vista dei grattacieli e della baia di Hudson.
Per fortuna, dato che questi per New York sono giorni di festa (lunedi, infatti, si festeggia il Labour Day, per cui e' tutto o quasi chiuso), non c'era molta gente in coda; dopo pochi minuti, quindi, ho conquistato la biglietteria, in fila composta come gli altri turisti.
Sono quasi tutti indiani o pakistani; molte famiglie con bambini piccoli, come a voler augurare loro di toccare il cielo sin da piccoli, senza troppi sforzi e con un semplice ascensore.
Ottanta piani in dieci secondi; qualche passo verso il secondo ascensore e poi eccomi arrivata all'86esimo piano di questo edificio, ricordato piu' che altro per esser stato "l'albero" di King Kong e riscoperto come monumento solo dopo l'11 settembre.
Una terrazza con muretto e recinzione di metallo mi protegge dal vuoto; davanti a me, una distesa di grattacieli dalle dimensioni diverse, palazzetti piu' piccoli e tanta acqua.
New York e', infatti, una citta' d'acqua; a destra e a sinistra della parte propriamente urbana, l'accompagna come fossero braccia, da cui si staccano ogni tanto diverse island.
Nel mezzo della baia di Hudson, vista dall'alto, la Statua della Liberta' si nota appena, sembra un soldatino in miniatura di qualche gioco da tavola. L'immensita' dei grattacieli ne sminuisce l'imponenza; forse, vedendola da sotto, questa sensazione di delusione verra' meno.
Girando lo sguardo verso sinistra dalla Statua, mi colpisce subito un buco tra una fila di grattacieli; e' Ground Zero, riconoscibile anche cosi' a distanza per la presenza di una gigantesca gru laddove qualche anno fa c'erano le Torri Gemelle. Se da qui e' impressionante, probabilmente quello che vedrò da vicino diventerà anche un buco nello stomaco, a volermi ricordare a lungo quanto male c'e' intorno.
Ho camminato per alcune ore dopo l'Empire, girovagando senza una meta precisa eppure per nulla spersa.
La pista del Rockfeller Centre trasformata in terrazza culinaria dai tavolini dei bar che si affacciano su questa zona non fa nemmeno notare la gigantesca statua dorata del Prometeo ne' la cascata che ha alle spalle.
Qui, tra gente di tutti i colori e lingue, tra turisti e fanatici dello shopping, ho terminato il mio doble espresso di Sturbuck's, sorseggiandolo lentamente come fosse la mia pausa dopo una giornata di lavoro...Non mi sento una turista spaesata.

Ma, soprattutto, non mi sento una turista.

30 agosto 2007

Primo giorno

Ho meno di 24 ore di New York sulle spalle eppure la mia valigia e' gia' notevolmente aumentata di volume.
Presa dalla smania di possedere, finalmente, una buona macchina fotografica digitale a prezzi ragionevoli, appena sveglia la mia meta e' stata B&H Photo, un mega store dedicato prettamente alla fotografia e ad altri simili prodotti tecnologici.
Ho impiegato piu' di un'ora per arrivare al negozio, sia per la relativa "vicinanza" del posto, che a causa dell'obbligatoria sosta-colazione da Sturbucks, della passeggiata sulla 5th Avenue -con foto all'Empire, anche se da sotto!- e sconfinamento a sud di Broadway.
B&H e' uno store che occupa un isolato; un via vai di gente incredibile. Ma il vero catalizzatore dell'attenzione e' lui: il personale del negozio. Tutti di religione ebraica, conservatori, muniti del loro tipico copricapo nero, sui capelli corti da cui sfuggono due lunghi ciuffi in contorno del viso, ora lasciati liberi, ora raccolti in treccia o in torscion.
Mi serve un ragazzo molto gentile dai torscion castani; al termine della lunga pratica, mi ritrovo con una macchina pagata ben 120 euro di meno che in Italia, accessori vari, 250 euro in meno nel conto in banca e la firma della carta di credito lasciata scritta su un monitor con una pennetta ottica.
Ma la lista degli acquisti non e' ancora finita: dopo un veloce pranzo nella vana speranza di incontrare Al Pacino al Bar Pitti a Soho, e' stata la volta di Broadway Av, dove lo store della Apple, tutto trasparente e in legno, mi ha letteralmente incantata. Ovviamente, dopo aver provato praticamente tutti i Mac a disposizione nel negozio (e rigorosamente connessi ad internet), essermi fatta confondere dalle mille voci e musiche che uscivano da tutte le casse collegate ad ogni singolo computer, i-pod o apparato elettronico ed aver giocherellato con il nuovo i-phone, l'i-pod video ha aumentato la lista dei miei acquisti.
Morale: nei miei chilometri di oggi ho attraversato Broadway, passeggiato per Noho, Soho e Little Italy (o meglio, quel che ancora ne resta), naso all'insu', videocamera accesa e passo insolitamente lento, come a voler dare un peso diverso ad ogni mia "conquista" del suolo americano.
Cena nel Diamond District ed, infine, giro per Broadway illuminata anche dai molti flash dei turisti che, come me, stavano cercando di capire se non erano stati piuttosto catapultati a Las Vegas.
Miliardi di macchine dai clacson sempre pigiati, turisti e spettatori, curiosi, abitanti o ritrattisti, il theatre District ha parlato mille lingue diverse, mischiando in un unico rap sulla musica dei clacson l'americano, lo spagnolo, il russo e l'italiano. Ha mischiato la limousine da 40 posti, la carrozza viola trainata da un paio di bardi, il bicycling taxi ed i piedi, tutti in direzioni diverse, scomposte e ritmicamente non uniformi.

29 agosto 2007

New York, New York

Ora locale: 01.10 del mattino. 30 Agosto 2007.
Sono sbarcata da un paio di ore, ma sono ancora per strada. A New York.
A darmi il benvenuto, dapprima la pista Z4D, poi l'ufficio bagagli smarriti della British Airways (su 7 borse tra imbarcate e a mano, almeno una non doveva arrivare con noi...banalissimo calcolo matematico delle probabilita'!); ora, a proseguire il saluto, un enorme ingorgo stradale nel bel mezzo del Queens.
Quindi, ancora niente grattacieli, monumenti famosi e luci straordinarie, ma autostrada e consolarie varie, sottopassaggi, tunnel, case basse a creare isolati.
Le grandi luci, del resto, le ho gia' viste; sono inaspettatamente apparse uscendo da una nuvola e dall'oscurita' del cielo notturno. New York come un albero di Natale: regolarmente illuminata, per parte del suo hinterland e' assolutamente piatta, con luci ad intermittenza che, man mano che ci si avvicina, si rivelano essere automobili.
Ora, invece, mi trovo nel bel mezzo di quello che si chiama un traffic jam; decine di auto disordinatamente assemblate tra le tre larghe corsie dell'ennesimo cavalcavia, dove superare e' regola, non importa se a destra o sinistra, purche' si vada avanti, anche di mezzo centimetro.

"15 paia di slip, 4 reggiseni, 10 pantaloni, 3 paia di scarpe, 2 libri, spazzolino..."

In genere inizia sempre con una lista un mio viaggio; la lista delle cose da comprare prima della partenza, la lista delle cose da vedere nel posto dove sto per andare, la lista delle cose da mettere in valigia. Poi, puntuale, la sera prima, a poche ore dall'aereo o treno o macchina che sia, i preparativi.
Nonostante i ripensamenti durati giorni, fatti di mille cancellature nelle famose liste di appartenenza, tanti scontrini e buste qua e là.
Il rituale si compie in pochi minuti, quasi a voler prendere in giro tutta la "fatica" mentale che ho fatto in precedenza.
Ed anche questa volta non mi sono smentita...ho l'aereo tra meno di dodici ore e ho appena finito (veramente non l'ho ancora chiusa, per cui qualche ripensamento mattutino ci sarà sicuramente!) la mia valigia.
Destinazione New York.
Finalmente, dopo un'estate totalmente romana (tranne breve pausa tanguera a Todi!), parto anche io.
Mio fratello si è trasferito lì per lavoro e ci starà per almeno un anno...
Una nuova vita sicuramente gli sta per aprire tutti gli orizzonti.
Ed io, al seguito dei familiari premurosi ed ansiosi di questa assenza oltreoceano, domani prenderò il volo che mi porterà nella Grande Mela.
Un viaggio di saluto, non di vacanza, in effetti.
Un saluto prolungato, di quelli che si fanno due innamorati che per qualche tempo sanno di non potersi vedere..
L'altro giorno parlando di Londra con un'amica, le ho detto che quella è la città della presenza-assenza; a Londra, sei tutto e sei niente.
Sei sguardo ed orecchio, tatto ed olfatto, velo ed ombra.
Ogni volta che ci vado mi rigenero.
Mi piace sdraiarmi nei giardini di Buckingham Palace, accanto al ruscello, in mezzo a quel verde macchiato dai colori dei fiori, guardare su, verso il cielo, e perdermi nelle nuvole sopra di me. Mi piace camminare con in mano il tazzone di carta del caffè, come fanno loro, ma non per spirito di emulazione, bensì come gesto naturale, come se ci fossi da sempre abituata.
Di Londra mi piace la sua pioggia lieve e costante, come un dolore mesto e penetrante.
Eppure, quella stessa pioggia, mi riempe di gioia, nonostante lo assimili nella mia testa a questo.
Vorrei che anche New York mi entrasse nella pelle come Londra.
Sarei più contenta sapendo che chi momentaneamente vive lì è in un posto dove il respiro è il regalo più bello che puoi ricevere da quell'immensità. Senza terrorismo, senza paura di prendere la metropolitana o di andare a lavorare in un grattacielo nella City.
Solo con i gospel di Harlem, le strade grandi e verdi che ho sempre visto nei telefilm, le loro feste e tradizioni, le opere d'arte dei più prestigiosi musei del mondo.
Torno negli USA dopo circa dieci anni; la prima volta che ci sono stata sono andata con la scuola per quasi un mese in Pennsylvania.
Lì sono salita su un carro pieno di fieno e ho cantato a squarciagola insieme ai miei compagni di classe il giorno di Halloween, mentre loro, gli americani, si divertivano a tirare uova e mais ai passanti. Un improbabile incontro di cultura romano-italiana con quella di un piccolo paesino degli Stati Uniti, dove la domenica al mercato si incontrano gli hiddish a bordo di un calesse che trasporta le loro donne-cugine vestite di nero e che mantengono lo sguardo a terra.
Lì, quella stessa sera ho passeggiato per le strade di una piccola cittadina circondata solamente da campagna e case in stile vittoriano; ero vestita da "coltello"...era Halloween, bisognava rispettare il rito del "trick or treat"...
Ho detto "give me something good to eat!"ad ogni porta di Mifflinburg; sono tornata a casa con sacchetti pieni di dolci e gli occhi pieni della bellezza della diversità.
Vorrei tornare così da New York.
Con gli occhi pieni.

28 agosto 2007

Dean Martin - That's Amore 1953


When the moon hits your eye like a big pizza pie
That's amore
When the world seems to shine like you've had too much wine
That's amore

Bells will ring, ting-a-ling-a ling, ting-a-ling-a-ling
And you'll sing, "Vita bella."
Hearts will play tippy-tippy-tay, tippy-tippy-tay
Like a gay tarantella

When the stars make you drool just like pasta fazool
That's amore
When you dance down the street with a cloud at your feet
You're in love
When you walk in a dream but you know you're not
Dreaming Signore
Scuzza me, but you see, back in old Napoli
That's amore
That's amore....That's amore...
Lucky fella...

When the stars make you drool just like pasta fazool
That's amore
When you dance down the street with a cloud at your feet
You're in love
When you walk in a dream...but you know you're not
Dreaming...Signore
Scuzza me, but you see, back in old Napoli
That's amore...(That's amore)
That's amore!!!...

25 agosto 2007

- 4 giorni..


” I thought these were an urban shoe myth! These are authentic patent leather…and if they don’t fit…so help me I’m going to wear them anyway”


Il diritto di una donna per le scarpe.

15 agosto 2007

Il vagabondo delle stelle


"Sono stanco delle lotte continue,
del continuo dolore,
delle catastrofi che aspettano
chi è assiso in alto,
chi segue strade di luce,
chi vagabonda tra le stelle"

Da "Il vagabondo delle stelle" di Jack London

13 agosto 2007

Pensiero del giorno...

Déjame mentir que volverás
que volverás con el ayer,
con el ayer de nuestro sueño.
Déjame esperarte,
¡nada más!,
ya que comprendo
que esperares un pedazo de recuerdo,
se que este dolor,
es el dolor de comprender
que no puede ser esa esperanza
que me ahoga.
Déjame llorar,
siempre llorar,
y recordarte y esperar
al comprender que no volverás.
Qué te importa que te llore,
qué te importa que me mientas
si ha quedado roto mi castillo del ayer,
déjeme hacer un Dios con sus pedazos.
Qué te importa lo que sufro,
qué te importa lo que lloro...
si no puede ser aquel ayer de la ilusión,
déjame así llorando nuestro amor.
Mucho te esperé sin comprender,
sin comprender por qué razón
te has alejado y no volviste.
Mucho te esperé;
fatal dolor de consumir la soledad
en el calor de lo que fuiste.
Debes indicarme qué camino continuar
ya que es imposible que se junten nuestras vidas.
Déjame llorar,
siempre llorar,
no ves que ya ni sé qué hablar,
ni qué mentir,
ni qué esperar.

-Qué te importa que te llore, Orquestra Miguel Calò-

08 agosto 2007

Vacanza


Approfittando della chiusura per le vacanze del Quotidiano della Sera e della sospensione momentanea, sempre causa vacanza, degli altri siti per cui scrivo, vado anche io qualche giorno fuori.
Sarò di nuovo "operativa" a partire dal 17 agosto, fino a fine mese...poi...una sorpresa da Oltreoceano...la "selvaggia" Cristina torna per un breve periodo ad essere Carrie...solo che lo farà in loco, "in diretta" dalla splendida New York!
A presto, dunque!!!

03 agosto 2007

Humour ispanico

Vagando nel blog di un mio "ammiratore" ispanico, ho visto questa foto che è a dir poco meravigliosa...eheheheheheheh...l'ironia del sangue caliente!!!


Il Tango per le strade di Roma

con il Patrocinio
dell'Ambasciata della Repubblica Argentina


VENERDI’ 3 AGOSTO 2007
dalle ore 21,00 alle 24,00


“GRAN BALLO DI SAN LORENZO”

SAN LORENZO ha un cuore “tanguero”

Serata di Tango a Cielo Aperto, in Piazza dell’Immacolata
(davanti alla chiesa)


Musicalizza
Eduardo Moyano

In collaborazione con il III Municipio
e i tangheri/e romani


ASSOCIAZIONE CULTURALE RIACHUELO
il tango nei luoghi e nelle strade di San Lorenzo
www.tangoriachuelo.it
339/1467003 – 06/7014517



Rosella De Salvia

Ass.Cult. RIACHUELO

Via San Castulo 6 - 00182 Roma

339/1467003

02 agosto 2007

Caput Lucis illumina Valmontone.

I cancelli del Fashion District dell'Outlet di Valmontone da ieri sera e fino al 5 agosto resteranno aperti fino a tardi, ospitando questa grande area a pochi km da Roma uno degli eventi più suggestivi: il Campionato Mondiale di Fuochi d'Artificio d'Autore.
La manifestazione, nata nel 2002 col nome di Roma Caput Lucis (si svolgeva nella Capitale), dal 2005 si tiene, invece, a Valmontone, fuori Roma, in direzione Napoli, perdendo così parte del nome (ora è semplicemente Caput Lucis), ma acquistandone in capacità di ricezione turistica.
Fra stand per la ristorazione, i negozi dell'outlet aperti fino all'1 di notte e le numerose forme di intrattenimento proposte, anche quest'anno la manifestazione pirotecnica sembra voler essere un successo. In molti infatti -si aspettavano 3000 persone- sono accorsi ieri sera alla prima serata del campionato che per alcuni giorni riempirà il cielo del basso Lazio delle "opere" di maestri artificieri appartenenti ad otto nazioni.
Ad accogliere gli spettatori, uno spazio curato dalla scuderia Ferrari Club Roma Colosseo, in cui si può ammirare, insieme alla vettura campione del mondo nel 2000 con l'allora guida di Michael Schumacher, anche auto private, costruite dalla ditta di Maranello. Personaggi del mondo delle fiabe distraggono lungo i viali dell'area pedonale i bambini in attesa dei fuochi d'artificio, mentre per svagare i grandi quest'anno sono stati allestiti spettacoli di cabaret, con attori provenienti dalle trasmissioni televisive del genere.
Ieri sera a salire sul palco è stato un vulcanico Dario Bandiera, che, assieme ad altri cabarettisti ospiti ha dato vita con lo spettacolo "Ultracomici" ad un'ora di piacevolezza e relax.
Infine, i vincitori delle due passate edizioni, i fratelli Vaccalluzzo hanno aperto i fuochi con il Piromusicale, una ventina di minuti di rumore e colore sulle note dei Queen e di Beethoven, atteso omaggio fuori concorso da parte della ditta siciliana (da questa sera, invece, i fuochi che si accenderanno faranno parte della gara).
Mentre la gente man mano defilava, lo speaker di Radio Radio (tra gli sponsor della kermesse, in diretta da questo pomeriggio ad intervalli regolari) ha annunciato la prosecuzione della serata con la musica dei Frankie & Canthina Band, fenomeni estivi della trasmissione RAI "Stasera mi butto", per dar vita ai balli conclusivi.
Tuttavia, da novella Cenerentola, non ho ascoltato lìallettante richiamo e le mie gambe si son mosse solo per andare verso la carrozza, avvicinandosi l'ora della mia trasformazione in reporter notturna.


Con la gara tra Italia e Malta si apre oggi la quinta edizione del campionato mondiale dei fuochi d'artificio d'autore di Valmontone.
L'Italia, vincitrice delle due passate edizioni con la ditta Vaccalluzzo, sarà rappresentata dai Fratelli Liccardo, una ditta campana nata nel 1891, con all'attivo molti ed importanti riconoscimenti internazionali, mentre Malta presenterà al pubblico italiano la St. Mary Fireworks Factory -composta da pirotecnici volontari che annualmente si riuniscono per festeggiare la patrona dell'isola, "Santa Maria"-, vincitrice l'anno scorso del Festival Internazionale dei Fuochi d'Artificio di Malta.
Fino al 5 agosto, ogni sera, due nazioni scelte tra le migliori in ambito internazionale, si fronteggeranno con spettacoli pirotecnici, per aggiudicarsi il titolo di campione 2007, assegnato da un'apposita giuria di qualità. La sfida prevede accensione di fuochi pirotecnici di grande calibro, con postazioni multiple di lancio, coreografie di luci e colori, partenze simultanee raccomandate, oltre a luci a ventaglio con ampiezza di fuoco fino a 200 metri.
La giuria è composta da esponenti di primo piano della pirotecnia internazionale, che si baseranno su diversi parametri tecnico/artistici, quali l'apertura dei fuochi, i lanci simultanei, la balistica, la coreografia ed i colori, il ritmo e la cadenza.
Domani si affronteranno la Cina e la Romania, presenti con la ditta Yung-Feng Ltd e con la Artificii Orastie, entrambe leaders nei rispettivi Paesi del mercato pirotecnico.
Il 4 sarà la volta del Giappone -con la Tamaya Kitahara Fireworks- e della Slovenia -con la Hamex d.o.o.-, mentre l'ultima sfida, il 5 agosto, sarà tra l'Inghilterra -la cui Festival Fireworks UK Ltd, seconda nell'edizione Caput Lucis '06, ha iniziato la produzione per le celebrazioni della "Congiura delle Polveri" del 1605- e la Spagna -la cui ditta Pirotecnia Zaragozana S.A. è una delle più antiche e pluripremiate aziende pirotecniche spagnole-.



Si attribuisce ad un monaco cinese la scoperta, nel I secolo, delle miscele esplosive a base di polveri; tali miscele erano usate a scopo bellico, per illuminare mostruose figure di cartapesta durante le battaglie ed intimorire così i nemici. Furono tuttavia gli Arabi, che con la Cina avevano ricchi rapporti commerciali, i primi a dedicarsi a tali composti in modo scientifico, studiandone le combinazioni e gli effetti.
L'arrivo in Europa di queste miscele avvenne solo nel 1241, a seguito delle invasioni mongole; l'interesse immediato che questi esperimenti provocarono nel continente viene dimostrato dalla scoperta, nel 1249, della formula della polvere da sparo -ancora oggi valida- ad opera del filosofo inglese Bacone, e dalla nascita, intorno al 1340, delle prime fabbriche pirotecniche in Germania.
Fu solo nel XII secolo, in Italia, che queste miscele esplosive vennero utilizzate come strumento di spettacolo; durante le Sacre Rappresentazioni -una forma di spettacolo nata per illustrare al popolo illetterato i fatti sacri della vita di Cristo-, i fuochi servivano infatti a richiamare le luci dell'inferno. L'interesse del Belpaese per la pirotecnia si sviluppò al punto tale che nel XVII secolo l'Italia era sede di una delle due maggiori scuole d'Europa per la produzione di fuochi d'artificio (l'altra era a Norimberga).
Nel '700 si diffuse nelle corti più importanti d'Europa l'uso di fuochi d'artificio nelle feste e celebrazioni religiose o profane; con l'età barocca questa abitudine non si perse, ma acquisì sempre maggiore importanza, favorendo la costruzione di nuove e più complesse macchine.
Quando, nel XIX secolo, i giochi pirotecnici divennero forme di intrattenimento ludico popolare, si aggiunsero anche i fuochi colorati, ottenuti attraverso la miscela di polvere pirica e una tipologia specifica di metalli.
Protettrice degli artificieri è Santa Barbara, poichè si tramanda che la sua morte fu vendicata da un fulmine.


-Pezzi usciti il 02/08/2007 sul Quotidiano della Sera di Roma-

Lei e lui per sesso o per amore

Da ex romantici con qualche anno di rapporto amoroso sulle spalle siete giunti alla conclusione che anche il Grande Amore sia destinato a finire, attaccato dalla noia e dalla noncuranza?
Del resto, di mogli a letto impiastricciate con strani unguenti e bigodini in testa se ne sente spesso lamentare quegli stessi mariti che, d'altro canto, sono accusati di non essere più attenti come una volta, desiderosi ormai solo di sprofondare nel divano davanti ad una partita di pallone.
Come sfuggire, dunque, all'automaticità dello scontato? Come evitare che incompatibilità di carattere od abitudini contrastanti facciano cadere come un castello di carte il mito del Grande Amore eterno?
A suggerire la risposta ai sognatori potrebbe venire in soccorso "Lei e Lui per Sesso o per Amore", in scena presso il Teatro Instabile dello Humour Moulin Rouge.
Una Lei -interpretata da Daniela Granata, che ne è anche l'autrice- ed un Lui -Vincenzo Sartini-, infatti, ironizzano non sulla "banale" fase del corteggiamento e dell'alchimia tra le persone, bensì sul momento immediatamente successivo, quello in cui si crede "d'avercela fatta".
Avendo bene a mente il motto "chi la dura la vince", invece, bisogna preparare nei minimi dettagli un piano di attacco e contrattacco. Innanzitutto, quindi, bisogna "blindare" la propria posizione sia fuori che dentro il letto, muniti dei tre elementi essenziali dell'amore: sentimento, sesso e gelosia. Nel far ciò, però, non bisogna sottovalure il costante rischio di agguerriti e freschi rivali in carne ed ossa, pronti a sferrare l'attacco proprio nel momento in cui si crede di aver vinto la guerra e non una semplice battaglia. Del resto, si dice che in amore e in guerra tutto sia lecito.
Per coloro, quindi, che non vogliono porre la parola fine alle proprie relazioni amorose, questo spettacolo farà da psicoterapeuta di coppia.
E' sicuramente più economico (il biglietto costa 12 euro), anche se è "reperibile" solo dal giovedì alla domenica dalle 21.30.

-Pezzo uscito il 02/08/2007 sul Quotidiano della Sera di Roma-

01 agosto 2007

Rugantino Dance Opera. Ma non convince

Dopo le repliche dei giorni scorsi -all'interno della rassegna Invito alla Danza-, la compagnia di danza del Teatro Greco ha nuovamente triplicato la messa in scena di Rugantino Dance Opera, all'interno di Villa Doria Pamphilj.
Pensato come omaggio alla tragi-commedia musicale di Garinei e Giovannini, Renato Greco e Maria Teresa Dal Medico -che ne sono i creatori- hanno ideato degli alter ego ballerini di Rugantino e Rosetta, i quali, con i rispettivi interpeti cantanti, si sono alternati lungo l'ora e mezza circa di spettacolo.
Andata in scena ieri sera l'ultima replica, con Rugantino Dance Opera si è voluta realizzare un'idea che ebbe lo stesso Garinei trent'anni fa: la fusione di danza, musica e canto per il suo Rugantino. Con le coreografiche di Greco e della Dal Medico, e la regia di Gino Landi, Garinei parrebbe così essere stato accontentato, o per lo meno omaggiato. Quattro cantanti e ventisei ballerini sul palco, infatti, hanno sì fuso queste tre arti, producendo, tuttavia, un'opera senza infamia e senza lode.
La piacevolezza dello spettacolo, infatti, è stata in gran parte dovuta alle celebri musiche ed arie di Armando Trovajoli; mentre le coreografie sono sembrate a volte forzate sulle musiche stesse, in un goffo tentativo di sposare la danza moderna del metodo Cunningham con passi più classici, acrobazie circensi sono state, invece, ben realizzate da Gianpaolo Roncarati (Rugantino) e Gloria Rossi (Rosetta), interpreti delle serate del 26, del 29 e del 31 luglio.
Due le note dissonanti dello spettacolo: la presenza inquietante di una Morte (interpretata da Vito Bortone) vestita di calzamaglia variamente forata e con cresta punk, e Mastro Titta, che, reso indimenticabile da Fabrizi, ha qui sofferto dell'immobilità scenica dell'interprete, nell'unico pezzo lasciatogli: "E' bello ave΄ 'na donna dentro casa".
Se le scene di Massimo Roth sono risultate funzionali, i costumi di Giuseppe Tramontano, invece, di epoche storiche diverse tra loro, sono risultati incongrui con la storia di Rugantino: dalla Roma papalina, Tramontano è passato al nero ed agli scialli della Spagna del flamenco, alle balze e colori della Parigi settecentesca ed alle maschere del carnevale veneziano.
Proseguendo nell'omaggio a Garinei e Giovannini, inoltre, le voci dei cantanti -Lidia Malgeri, Dario Ciotoli, Valeria Monetti e Gianluca Bessi- sono state a volte sostituite, in brevi cameo, con quelle di alcuni interpreti del passato, come Sabrina Ferilli (la Rosetta della versione con Mastrandrea) o Nino Manfredi (il Rugantino della prima edizione del 1963, quella con Fabrizi).

-Pezzo uscito il 01/08/2007 sul Quotidiano della Sera di Roma-

26 luglio 2007

Timone d'Atene. Shakespeare a Cosmophonies, Ostia Antica

Questa sera in scena, presso il Teatro di Ostia Antica, all'interno del Festival Cosmophonies, il "Timone di Atene" di Shakespeare, per la regia di Jurij Ferrini.
L'opera, dei primi anni del 600, narra la storia di un uomo solo, Timone, finito sul lastrico per la sua prodigalità e generosità verso gli amici, da lui ritenuti quanto di più prezioso al mondo. Timone è un uomo puro, che cerca conforto per i suoi lutti nell'amicizia, cui si dedica da idealista. In un momento di difficoltà economica, dovuto proprio alla sua generosità, tuttavia, Timone, lacerato interiormente, va a vivere in una foresta, abbandonato da tutti quelli che fino a poco prima si erano dichiarati suoi amici. Nonostante la terra gli faccia trovare come riscatto del dolore una miniera d'oro, Timone è però così disgustato dall'atteggiamento avido degli uomini da decidere di continuare a vivere in povertà nella foresta, cibandosi di erbe e radici, deluso da una società in cui la sua purezza ed il suo idealismo sono un'arma a doppio taglio.
A vestire i panni di Timone, in una versione rivisitata in stile brechtiano, è Pino Quartullo, a cui abbiamo rivolto qualche domanda.
Come mai, signor Quartullo, la scelta di rappresentare uno dei drammi shakespeariani meno noti al pubblico?
«Questo inverno ero a Verona per lo spettacolo "Quella del piano di sopra" di Chesnot, con la regia di Proietti -premette Quartullo-, quando il direttore artistico del Festival Shakespeariano, Savorelli, mi ha chiesto di proporre un testo per l'edizione di questa estate. Ho subito pensato al "Timone d'Atene", anche perchè da quando il festival è nato, nel 1948, non è mai stata rappresentato a Verona. Dopo aver visto Ferrini in uno spettacolo di Brecht come attore e regista, poi, gli ho proposto di curarne la regia; ne è restato talmente entusiasta da decidere di coprodurlo insieme a me».
Ferrini ha dichiarato di aver ideato l'allestimento dell'opera appositamente sulla sua persona. Che cosa ha in comune lei con Timone?
«Siamo entrambi scapestrati, ironici, paradossali e generosi fino all'estremo, accomunati anche dall'esperienza di amicizie interessate. Specie in un mondo che "piange ridendo e non piangendo", -prosegue l'attore, parafrasando Shakespeare- condivido con Timone l'idea che i soldi siano il marcio del mondo».
Superato il momento di difficoltà delle scorse settimane, Cosmophonies porta, in anteprima nel Lazio, uno spettacolo attuale, il cui protagonista è un novello Cristo, contaminato dalle idee marxiste sui danni del capitalismo senza limiti.
Dopo "Timone d'Atene", Cosmophonies proporrà per luglio il Gran Galà di Strauss (il 27), le Stelle dell'Operetta di Budapest (il 28) ed Ascanio Celestini (il 29), concludendo la X edizione con il concerto degli Earth Wind & Fire (il 31); "Il Timone", invece, andrà in tournèe, approdando anche a Civitavecchia, dove è in corso "Civitavecchia in Festival", diretto dallo stesso Quartullo.

-Pezzo uscito il 26/07/2007 sul Quotidiano della Sera di Roma-

25 luglio 2007

Notti di cinema a Piazza Vittorio. E che cinema!

Anche quest'anno il grande cinema a Piazza Vittorio riscuote un successo notevole per la qualità delle proposte.
Fino al 28 agosto, nei giardini di Piazza Vittorio, all'Esquilino, è in corso l'XI edizione di "Notti di cinema a Piazza Vittorio", durante la quale sono proiettati, in due diverse sale appositamente allestite attraverso maxischermi dolby digital, due film a sera. Se nella Sala A si posso vedere i film di successo della stagione passata, in quella B sono privilegiati i film d'autore, d'essay e di qualità -sempre della stagione appena conclusa-, restati schiacciati dal mercato cinematografico italiano, ma non per questo inferiori per tematiche e produzioni.
A parlarne con orgoglio è il direttore artistico della manifestazione, Massimo Arcangeli, il quale fa anche notare come l'affluenza di quest'anno sia maggiore rispetto agli anni scorsi e come, grazie anche al basso costo (5 euro il biglietto intero, 4 il ridotto) capiti spesso di avere spettatori che seguono entrambi i film nella stessa sera.
Attraverso la formula "Fedelissimi", inoltre, -che prevede per ogni 10 ingressi 2 omaggi-, molti sono gli spettatori che fanno del cinema in piazza un appuntamento quotidiano; tra i film che hanno riscontrato un maggiore successo di pubblico, "La sconosciuta" di Tornatore, "Nuovomondo" di Crialese e "The Queen" di Frears.
Nel rispetto della tradizionale presenza dei grandi festival cinematografici, "Notti di cinema a Piazza Vittorio" ha presentato ad inizio luglio una rassegna dedicata al Pesaro Film Festival, mentre per gli ultimi giorni di agosto (dal 22 al 28), è prevista la presentazione a Roma dei film vincitori del Festival di Locarno, cui seguiranno anche incontri con i protagonisti e dibattiti a tema.
Tra le novità di quest'anno, infine, il sostegno dato dalla manifestazione all'Onlus Amigos de Formigas do Futuro, impegnata a raccogliere fondi per costuire una scuola e dotarla di testi scolastici e di svago, presso Nacala, in Mozambico.

Tre proposte per tutti i gusti
Questa sera a Piazza Vittorio tre i film che verranno proiettati nelle due sale appositamente allestite nella piazza: alle 21.15, nella Sala A, andrà in onda "Babel", di Alejandro Gonzàles Iňàrritu, mentre la Sala B programmerà in contemporanea "Primi amori, primi vizi, primi baci" dei francesi Eric Toledano e Olivier Nakache. Alle 23.15, sempre nella Sala B, sarà la volta di "Mille miglia...lontano", del regista Zhang Yimou.
Con "Babel", Iňàrritu mette in scena il capitolo conclusivo della trilogia iniziata con "Amores Perros" e "21 grammi", proseguendo nell'analisi dei modi umani di comunicare, in qualsiasi parte del mondo ci si trovi. Marocco, Messico e Giappone fanno da sfondo a storie familiari in cui un fucile rappresenta il comun denominatore; fonte di violenza incosciente, oltre che arma di difesa, oggetto di scambio per loschi traffici, finalizzati all'acquisizione di una libertà parallelamente, però, garantita dall'arma stessa ed, infine, strumento di morte.
Decisamente più leggero, invece, il tono di "Primi amori, primi vizi, primi baci", delicata commedia francese di Eric Toledano e Olivier Nakache; campione d'incassi in Francia, il film racconta la colonia estiva di ragazzini scalmanati, con le loro "prime volte" tipiche dell'adolescenza e con le ansie dei genitori a casa, insieme alle confusioni e inquietudini sentimentali degli animatori del campeggio.
Chiude la serata di cinema la produzione cino-giapponese "Mille miglia..lontano" di Zhang Yimou, che, dopo "Hero" e "La casa dei pugnali volanti", intraprende con il viaggio di Gou-ichi Takata per raggiungere il figlio malato anche un'indagine all'interno dei rapporti umani. Arrivato da un piccolo villaggio di pescatori fino a Tokyo, tuttavia, il padre deve superare il rifiuto del figlio di vederlo, imparando a colmare le lacune del loro rapporto e a riconoscere l'uomo che nel frattempo è diventato.


-Pezzi usciti il 25/07/2007 sul Quotidiano della Sera di Roma-

23 luglio 2007

Buika e Traorè cuore d'Africa

La magia ed il tribalismo.
Potrebbero essere definite così le due immediate sensazioni di ha assistito ieri sera al concerto di Concha Buika e Rokia Traoré presso l’Auditorium Parco della Musica. Un evento unico, inserito all’interno della manifestazione Luglio Suona Bene, inauguratasi a fine giugno e che terminerà il 30 luglio.
La prima parte dello spettacolo ha avuto come protagonista la Buika, natìa di Palma di Mallorca da genitori della Guinea. Sette interpretazioni di cantes di flamenco, un tango (“Nostalgias” di Juan Carlos Cobian) e un paio di brani tratti dal suo secondo album, “Mi niña Lola”, uscito nel 2006. Un’ora circa di emozioni, in cui i virtuosismi dei singoli strumenti nei momenti di assolo non hanno rovinato l’atmosfera di pathos e sospensione emotiva che la sua calda voce hanno creato durante le varie interpetazioni.
Vestita di bianco, scalza, con lunghe treccine, la Buika ha regalato al pubblico romano lo spirito del mana ancestrale, fortemente attaccato alle sue radici africane ma, allo stesso tempo, ben inserito nei ritmi e nelle cadenze gitane che hanno costituito l’ossatura culturale di questa giovane donna.
Un’ora circa di concerto, in cui il pubblico di una cavea quasi piena, è restato in religioso silenzio, come al cospetto di una malinconia ed un dolore da rispettare.
Dopo un breve intervallo, è salita sul palco l’altra esile africana della serata: Rokia Traorè, accompagnata inizialmente solo dalla sua chitarra acustica e da una corista.
A poco a poco il ritmo di questa seconda parte del concerto è cresciuto, attraverso suoni africani più ancestrali, quasi si stesse assistendo a riti propiziatori o a preghiere. I musicisti al completo sono saliti sul palco per il secondo brano, in cui l’iniziale nenia si è trasformata dapprima in un richiamo alle sonorità orientali –grazie ad una speciale chitarra di legno, con tre sole corde e una piccola cassa di risonanza-, e poi in una tipica danza tribale africana.
La forza della musica della Traoré è stata travolgente; la sua voce acuta ha accompagnato e guidato basso e batteria, mentre virtuosismi jazzistici eseguiti al pianoforte hanno solo apparentemente confuso l’ascoltatore, inebriato dal malese e dal francese delle parole.
Il finale dello spettacolo è stato un tripudio di movimenti; la Traorè ha danzato con le coriste in modo così travolgente da coinvolgere anche molti degli spettatori, quasi grati per quell’esplosione di ritmi tenuti composti per circa due ore.
Due, infine, i bis concessi dalla Traorè, al termine dei quali gli spettatori, accalcati sotto al palco, si son resi conto che quella che era iniziata come magia era diventata una festa.

-Pezzo uscito sul Quotidiano della Sera il 23/07/2007-

20 luglio 2007

Rokia Traorè e Concha Buika. Dall'Africa due voci che incantano

Il Mali e la Guinea. Due Stati dell'Africa Occidentale pieni di contaminazioni. Come Rokia Traoré e Concha Buika, giovani africane dalla voce particolare, in duetto il 22 luglio alle ore 21 presso la Cavea dell'Auditorium in un concerto straordinario.
La Traorè, figlia di un diplomatico, è entrata in contatto con le culture del mondo seguendo la famiglia, mentre la Buika, natìa di Palma de Mallorca, ha assorbito le tracce musicali dell'entroterra spagnolo, contaminandole con la cultura araba ed africana che ne caratterizza le coste del sud e con il soul statunitense, adatto alle sue corde vocali.
Un mix di culture e di abilità artistiche che daranno luogo ad un evento particolare, inserito all'interno della manifestazione Luglio Suona Bene, inauguratasi a fine giugno con l'intento di attraversare, in oltre un mese di concerti, il panorama
musicale dei cinque continenti.
Se fossero ancora in Africa, le due artiste verrebbero definite delle "griottes" - poetesse e cantrici cui è affidato il compito di conservare la tradizione orale del proprio Paese-, ma atipiche; la Traorè, infatti, ha unito il balafòn -strumento del Bélédougou, sua regione di appartenenza-, al ngoni -una particolare chitarra, tipica dei griot Bambara- rivoluzionando quella tradizione. La Buika, dal canto suo, cresciuta tra i gitani spagnoli, ha fuso il soul con il duende, dando vita ad un afro-flamenco che, contaminato con le sonorità del tango e con la disperazione malinconica del soul, fa della sua musica un messaggio universalmente sentito.«Un incontro all'insegna dell'improvvisazione -anticipa Buika- che, partendo dal nostro repertorio, potrebbe sfociare in qualcosa di inedito e speciale».















-Pezzo uscito il 21/07/2007 sul Quotidiano della Sera di Roma-

18 luglio 2007

Intervista a Silvia Salemi



Un titolo davvero insolito per un album. Cosa intendi per "mutevole abitante del mio solito involucro"?
Questo mutevole abitante è l'essenza che anima i nostri gesti, le nostre emozioni, i nostri comportamenti, le nostre visioni della vita..è la nostra anima. Il concetto di base è che è impossibile non cambiare, perchè altrimenti sarebbe un fallimento. Mi è venuto da riflettere su questo perchè a un certo punto mi sono trovata a riscontrare che il tempo aveva avuto deggli effetti su di me; anche se lì per lì io non me sono resa conto, gli anni mi hanno cambiata. L'errore più comune è, mentre qualcosa ti segna -nel bene o nel male-, rendersi conto solo del bene o del male che si sta vivendo, senza percepire che tipo di mutazioni le cose hanno poi portato in te. I cambiamenti ti lasciano dei segni che capiamo più tardi, quando magari ci comportiamo di conseguenza; ci sono sempre, anche se apparentemente sembrano microscopici.

Nell'album vesti anche i panni di co-produttrice e co-autrice. Come definiresti questa tua esperienza?
Sono sempre stata coautrice dei miei pezzi; la decisione di diventarne anche co-produttrice è nata dal bisogno di rispettare i miei tempi -sia di creazione delle canzoni che di realizzazione finale-, i miei gusti e le mie necessità. Purtroppo è quello che oggi questo mestiere richiede. Se non vuoi subire dettami che provengono dall'alto che ti dicono come cantare e come si deve fare l'album, puoi solo produrti il tuo lavoro. Anche il titolo dell'album, del resto, ne è un esempio; non è sicuramente un titolo facile nè corto, ma è quello che io volevo dare a tutto il lavoro. Certo, questa scelta impone difficoltà maggiori, che però sono poi ricompensate dal proporre al pubblico esattamente quello che si aveva in mente, con tutte le modalità e le sfaccettature pensate.
Mi interessava vivermi la mia dimensione liberamente. E ci sono riuscita in questo modo.

Ne "Il mutevole abitante del mio solito involucro" la parola chiave è "libertà". Come spieghi questa promozione della libertà in un momento della tua vita in cui hai costruito invece ciò che comunemente viene definita come la privazione per eccellenza della libertà, ossia un matrimonio e una figlia? Da cosa nasce questo tuo impellente bisogno di libertà?
In effetti, di libero, nella mia vita, formalmente, non c'è assolutamente nulla. Ho una figlia, un marito, un lavoro, una casa, quindi non si può capire a cosa mi riferisca quando parlo di libertà. Però, la libertà di cui parlo io è la libertà mentale, quella di volere un figlio, di volere sposare esattamente quella persona, di volere stare dietro a mia figlia tralasciando il mio lavoro, la libertà di voler scegliere una persona ogni giorno, la scelta di essere mamma, la scelta di fare un album ogni quattro anni, la scelta di intitolarlo con un titolo difficile.
Da una parte la difficoltà di mettere in pratica tutte queste libere decisioni, dall'altra l'immensa soddisfazione di realizzare liberamente quello che è stato liberamente desiderato. In questo contesto di totale libertà personale rientra anche la scelta di "Ormai" come prossimo singolo in uscita, probabilmente ad agosto. Non è un testo facile, infatti, non ha la tipica melodia da canzonetta estiva. Eppure ho deciso che sarà il mio secondo biglietto da visita proprio perchè voglio contestare questo diktat discografico che ad agosto devono uscire solo ed esclusivamente canzonette leggere e di facile ascolto. Credo che per un artista vivere sotto la cappa del "a gennaio si esce con il pezzo primaverile, a maggio si esce con un pezzo estivo e a settembre con un pezzo invernale" sia terribile; anche in questo, quindi, vorrei per una volta essere libera di scegliere i miei passi artistici.

Le canzoni a cui sei più legata di questo ultimo lavoro?
Sono due in realtà; una è "Domenica Siciliana", per diversi motivi. Innanzitutto ci canta sopra mia figlia e poi ci sono cori che mi ricordano di quando ero più piccola, cori in presa diretta; inoltre, parla della mia terra, delle sue tradizioni. In un momento in cui la Sicilia veniva profondamente attaccata anche per i fatti legati al calcio, volevo dire che la Sicilia è anche altro, per fortuna, da mafia, bulli, ragazzi drogati, tutti stereotipi che fanno di una terra una vergogna. Io sono innamorata della mia terra e delle sue tradizioni. La Sicilia non è una vergogna, ma una bellezza, e volevo dirlo, affermarlo con forza. La canzone quindi parla di chiesa, parla di famiglia, parla di passeggiate, parla di tradizioni, parla di aria serena, di sole, di mare; la Sicilia non è una favola, però c'è anche la favola, non c'è solo violenza.
L'altra canzone a cui sono particolarmente affezionata dell'album è "Ormai", che costituirà anche il prossimo singolo in uscita.

"Domenica Siciliana" riporta l'attenzione alla tua terra, da cui da anni vivi lontano. Quanto conservi di più della Sicilia?
Moltissimo. Sono follemente innamorata della Sicilia. Sia per la rabbia che la Sicilia ti fa venire, perchè è una terra in cui mentre gli altri camimnano tu devi correre se vuoi ottenere qualcosa, sia perchè ha delle contraddizioni dentro di sè talmente forti che anche la persona più insensibile ne resta fortemente colpita. Ne sono un esempio, del resto, la bellezza del posto ed il turismo disorganizzato, le città meravigliose che abbiamo e la delinquenza altissima che domina.

A proposito degli apparenti contrasti dell'album, parliamo di "Ormai". In questa canzone si percepisce una malinconia molto grande per un amore che non c'è più; eppure stava per venire al mondo la tua bambina. Da dove nasce un testo così struggente?
"Ormai", in effetti, è un paradosso vivente; l'ho scritta a pochi giorni dalla nascita di Sofia eppure parla di storie perdute, di sofferenze nel non avere più accanto chi si ama, parla della consapevolezza che si ha in quei frangenti che l'altro non tornerà più.
E', quindi, appunto, un paradosso totale.
Ognuno di noi ha un amore perso per sempre, e questo pensiero forse è stato più forte proprio nel momento in cui stava per nascere mia figlia, perchè ho affermato ulteriormente la mia recisione con il passato. Quello che era non torna più. Maturando ci si toglie alcuni abiti che hai portato fino a quel giorno; per una donna, poi, questo cambiamento è forse maggiore, specie nel momento in cui partorisce. Si cambia come persona, cambiano i propri paramentri di valutazione, le priorità, i bisogni. Mi rendo conto adesso che quello che prima percepivo imposto dalla mia famiglia, come l'istruzione, sono invece adesso regali che mi ritrovo. Anche se faccio un altro mestiere, anche se probebilmente non ci farò nulla con la mia laurea, mi sto per laureare in lettere moderne indirizzo ecologico e geografico. Una cosa inizialmente quasi imposta dalla forma mentis della mia famiglia, ma che ad oggi costituisce un più per la mia stessa persona, a prescindere dall'uso eventuale che ne farò.

Il video del singolo "Il mutevole abitante del mio solito involucro" ha la regia di Beppe Fiorello, recente vincitore, tra l'altro, del premio come miglior regista al debutto ai Venice Music Awards. Come mai hai deciso di affidare ad un "novizio" del settore la direzione di un tuo video musicale?
Innanzitutto Beppe ha una grande generosità artistica, come attore principalmente e anche come regista; per fortuna non ha l'ego ipertrofico tipico dell'attore, ma riesce anche a pensare agli altri. Questo suo altruismo è venuto maggiormente fuori nel suo ruolo di regista; del resto, conoscendolo, ne ero sicura. Ho infatti subito pensato subito che sarebbe stato l'uomo che faceva per me. Beppe è una persona innamorata del suo mestiere; è una persona attenta alla musica, che la apprezza e ne conosce tanta. E poi è siciliano come me. Quindi un ulteriore omaggio alla mia terra.
In due giorni e mezzo, quindi, abbiamo girato una cosa divertente, fatta bene e soprattutto molto coerente con il testo della canzone e che ha ottenuto da più parti quell'apprezzamento che meritava.
Senza contare che Beppe è anche un amico; ci conosciamo, infatti, da una decina di anni. L'ho incontrato una volta ad un compleanno di un amico in comune e subito è nata una simpatia. Rispetto a Rosario, che è un fiume in piena continuo, Beppe è molto introverso, ma è anche lui un fiume in piena, anche se silenzioso; non lo vedi scorrere, però sta scorrendo. Del resto la sua carriera artistica ne è una riprova.

In questo video, inoltre, ci sono delle maschere al posto dei volti. Come mai?
Proprio perchè il video è coerente con il testo della canzone. Ognuno di noi ha un involucro: abbiamo tutti una faccia, un naso, degli occhi, le orecchie. Siamo quindi apparentemente tutti uguali. Ma dentro c'è una mutevolezza che ci distingue da tutti gli altri e ci contraddistingue come esseri unici in ogni istante della nostra vita. Il nostro animo ha una mutevolezza fortissima, che lo differenzia sia da quello di tutti gli altri sia da se stesso nei vari momenti della giornata e nei confronti delle diverse situazioni e persone con cui entriamo in contatto.
Ci piaceva l'idea di far vedere queste maschere un pò alla Malcovich; in fondo, anche la canzone viaggia in un ambito folle. Racconta di questa voce, che parla da dentro, che da un respiro folleggiante, quasi di irrazionalità.

Sei la prima testimonial ufficiale di Save The children per il progetto "Riscriviamo il futuro". Ce ne puoi parlare? In cosa consiste?
Di Save the children ne possiamo parlare una settimana perchè fanno delle cose incredibili per i bambini, hanno progetti su ampio raggio. Io, da mamma, non me la sono sentita di tirarmi indietro davanti a un progetto che ha a che fare con i bambini, per cui sono scesa in campo con tutte le scarpe. Farò quindi sia donazioni personali che donazioni attraverso il disco, mentre ad ottobre faremo un viaggio, credo in Sud Sahara. Vorrei riuscire a muovere più opinione possibile per sostenere ed aiutare questa causa. Fondamentalmente perchè i bambini sono le distese verdi della terra, sono i nostri semi, e contemporaneamente sono l'inizio e la fine, sono tutto. Senza i bambini è la fine; con i bambini è l'inizio.
Riscrivere il futuro significa mandarli a scuola, offrire un domani a bambini che non ce l'avrebbero perchè vivono in paesi devastati da conflitti bellici che magari vanno avanti da 15 o 20 anni.
In questo modo, invece, stiamo offrendo loro la possibilità di crescere non più imbracciando il fucile, ma magari carta e penna, per poter decidere un domani quello che potrà essere il loro destino. Adesso come adesso, infatti, molti di questi bambini non sanno nulla della cultura, di quello che c'è al di là e fuori le loro devastanti realtà, per cui costruire scuole significa far decidere a chi sta lì di non diventare una schiava perchè si ribella, di non andare a combattere a dieci anni ma magari di studiare per diventare medico, di acculturarsi.
I loro giochi, purtroppo, sono le bombe, perchè sono state crudelmente costruite dello stesso colore dei loro giocattoli, tutti vivaci, accesi, che attirano la loro attenzione. Questo fa si che i bimbi li prendano in mano e che magari si debba loro amputare qualche arto solo perchè hanno soddisfatto la loro curiosità, accuratamente richiamata.
Se poi penso a mia figlia, che ogni mattina va in una scuola privata, con i cancelli, protetta, che vive in un mondo fiabesco, non posso riuscire a pensare a quei bambini lì come figli di nessuno, lasciati a se stessi, da buttare. Per fortuna non mi sono ancora abituata a sentire che nel mondo ci sono bambini che vivono in queste situazioni e a girarmi dall'altra parte. Ecco il perchè del mio sostegno a questa associazione.
Ho creduto molto in loro, perchè ho visto la loro sede qui di Roma -davvero modesta, sembra una capanna-, ho visto quello che hanno realizzato, dove hanno operato, i loro sforzi per mandare avanti una iniziativa totalmente lodevole. Non potevo davvero tirarmi indietro.

Il 7 maggio, in occasione della presentazione del tuo album alla stampa, hai detto che da quando è nata Sofia pensi ogni giorno a fare e dire cose per cui lei non si dovrà mai vergognare. Che mamma vorresti essere per lei?
Non vorrei mai che mia figlia tra dieci anni si trovasse a chiedermi cosa intendevo dire quando ho detto o fatto qualcosa; non vorrei mai pronunciasse la parola "ridicola" giudicando le mie azioni e le mie parole. Credo che le parole "dignità" e "coscienza" debbano essere le chiavi di azione di chi ha dei figli; l'importante è non doversi vergognare a posteriori di quello che si è fatto o detto.
Avendo una figlia poi, non vorrei darle un'immagine della vita sbagliata, farle credere che sia tutto facile, tutto lustrini e visibilità. Non vorrei mai che mia figlia pensasse che la vita è lo spettacolo, che la vita è il palcoscenico, anche se faccio questo mestiere. Per me, il tempo che dedico al mio lavoro, allo spettacolo, sono due ore al giorno; poi penso alla casa, a mio marito, a fare la spesa, a badare a Sofia, come una qualsiasi persona normale.
Quando si spengono le luci del palcoscenico, io torno ad essere la sua mamma. E questo a Sofia deve essere ben chiaro. Non confondere il palco dalla realtà; io le devo leggere un libro, le devo raccontare come si fanno le cose, le devo far vedere le pecorelle, devo giocare con lei, farle vedere come è davvero la vita, che non è cantare due ore su un palcoscenico. Quello è solo un periodo della vita.

A proposito di passato, cosa ti è restato di più dei Sanremo a cui hai partecipato?
L'ansia! Sicuramente quella. Perchè Sanremo è il palco dell'ansia. E' il palco in cui in quattro minuti i tuoi discografici ti fanno sentire che ti giochi tutto, in cui o la va o la spacca. E te sei lì che da una parte pensi sia eccessivo dare questa valenza ad un Festival canoro -che per quanto importante possa essere non va comunuqe a decretare "per sempre" il perdente o il vincitore (e di esempi del genere ce ne sono molti)-, dall'altra sei così tanto caricato di ansia che non vedi l'ora che finiscano quei giorni, pur riconoscendone l'importanza.

Hai mai pensato a un progetto in altre lingue?
Sto preparando "Ormai" in francese -che è la mia seconda lingua- e rispolverando l'inglese grazie ai cartoni animati per bambini che vedo con mia figlia...chissà..

Gli appuntamenti del tuo tour?
Il tour è iniziato il 20 maggio e resterò in tournèe fino ai primi di ottobre. Poi finiamo perchè dovrei iniziare come cantante-attrice, una cosa teatrale in cui c'entra molto la musica popolare e diretta da un grande regista; il tutto però è ancora in fase di preparazione. Certa è solo la volontà di portarlo in tournèe. Di più non ti posso dire!
E poi..vorrei restare un poco anche con mia figlia...e, perchè no?, pensare ad un secondo bambino!

-Intervista realizzata per www.lineamusica.com-

08 luglio 2007

L'abbraccio

Guardami
negli occhi
Cerca
di fermare col tuo sguardo
Quest’atroce esibizione
che mi sta girando intorno
Fammi scendere
da questa giostra malandata
Che accelera e accelera e accelera
Cercami
nel vuoto che mi sta inghiottendo
Coglimi
tra tutto ciò che mi sta addosso
Poi con un abbraccio far fermare il mondo
Mettermi su un sogno
e farmi illudere che vivo
Io vivo
Poi con uno sguardo cancellare il resto
Puoi per un istante accarezzarmi per favore
Cercami
nel vuoto che mi sta inghiottendo
Toglimi
da tutto ciò che mi sta addosso
Poi con un abbraccio far fermare il mondo
Mettermi su un sogno
assicurandomi che vivo
Io vivo.
L'Abbraccio (Battista-La Sintesi)

04 luglio 2007

Fiori Malati, e la danza è tutta da bruciare

Si è aperta ieri sera, con ottima accoglienza di pubblico, la rassegna "Danza da bruciare", kermesse di danza contemporanea, presso il Pio Sodalizio dei Piceni in Piazza San Salvatore in Lauro, vicino Via dei Coronari.
Ad aprire la manifestazione, che proseguirà fino all'8 luglio con le dieci compagnie italiane di danza contemporanea più significative, lo spettacolo "Fiori malati" della compagnia Aton Verga, già presentato lo scorso anno nel corso della XV edizione della rassegna di teatro omosessuale Garofano Verde, presso il teatro Belli.
Cinque corpi di donne -tutte a seno nudo, a sottolineare l'eguaglianza con l'uomo-, danzano a terra, piegati su se stessi come feriti, incapaci di alzarsi sotto un rumore che assomiglia a degli spari. O a botte e ferite che nel tempo hanno corroso lo spirito e il corpo di tanti piccoli fiori, abbrutiti da mali quali la pedofilia e le percosse, come poi suggerisce la scena seguente.
Il viaggio di questi corpi-fiori porta ad un susseguirsi di orrori perpetrati con il consenso o il tacito assenso di qualcuno (si fa riferimento, tra gli altri, al silenzio imposto dall'allora cardinale Ratzinger nella vicenda del prete cattolico Oliver O'Grady), identificandoli come cause dell'inaridirsi di fiori che avrebbero dovuto semplicemente sbocciare.
Le allusioni ironiche al mondo pubblicitario e del web (molti i video di youtube che appaiono al lato del palco insieme alla danza) che "sfruttano" l'omosessualità per allargare il target di pubblico sono ben riusciti, anche se altri momenti dello spettacolo rischiano di rendere la condizione omossesuale o lesbica una macchietta di se stessa. Un'uguaglianza violenze infantili-omosessualità è di facile immediatezza, come si necessitasse dover dare a tutti i costi una spiegazione sociologica e traumatica ad una semplice scelta sessuale.
Insieme alla danza, anche versi di Saffo, prima grande poetessa lesbica dell'antichità, e di Charles Baudelaire, i cui "Fiori del male" richiamano un male non ben identificabile; musiche di diversi autori culminano nell'interpretazione di "Dio come ti amo" di Domenico Modugno, eseguita con pathos e suggestione all'interno di una scena di violenza lesbo, una delle più riuscite dello spettacolo, sia per via della recitazione sia perchè non si può ricondurre la violenza tra partner ad un'appartenenza sessuale.
Al termine del "viaggio", un video mostra un individuo passeggiare sulla spiaggia, generando attraverso le proprie orme, germogli di nuovi fiori; anche i protagonisti sul palcoscenico, in abbracci omossessuali od eterosessuali, annaffiandosi a vicenda con brocche piene d'acqua, riportano un necessario sollievo nello spettatore, che può quantomeno augurarsi che aveva ragione De Andrè nel dire che dal letame nascono i fiori.

-Pezzo uscito il 04/07/2007 sul Quotidiano della Sera di Roma-

03 luglio 2007

Sacchi di tela al grand hotel

Dall'aia, dal fienile, dalla campagna a uno degli hotel più prestigiosi di Roma, i sacchi dei contadini fanno strada. L'Hotel de Russie di via del Babuino prosegue la sua recente ma interessante tradizione espositiva con un'esposizione che ha come oggetto principale proprio i sacchi, i sacchi di tela che nel mondo contadino sono entrati in crisi soltanto con il celophane, e adesso vengono trasportati in un tempio del lusso.
Resterà visibile fino al 31 luglio, nei corridoi che portano dalla hall al Bar Stravinskij dell'hotel, la mostra personale di Sandro Mazzucato, "Libera tela", inaugurata ieri sera alla presenza dell'artista e dei curatori della galleria One Piece Contemporary Art di Roma.
I lavori di Mazzucato accompagnano il visitatore fino al chiostro interno, in un passaggio dalla chiara tela da sacco che ammonisce con un "PENSO" chi inizia da lì il proprio percorso nel suo racconto visivo, fino ad arrivare all'uso più complesso della tela stessa e di altre sostanze.
L'artista, infatti, impiega come elemento fondamentale delle sue opere la materia prima dei contenitori contadini, plasmata e modellata come un semplice ritaglio di stoffa piuttosto che come làscito dei bagagli di un viaggio. La stoffa è uno spazio, non un limite: Mazzucato vi aggiunge colori, scritte, ritagli e frammenti di quella stessa terra di cui spesso la tela si riempe.
Quasi tutte le creazioni di Sandro Mazzucato si caratterizzano per l'assenza di chiodi e di cornici intorno alle tele, come a volere impedire qualsiasi costrizione delle opere e della materia da cui derivano, sebbene essa sia, ironicamente, nata proprio per contenere un qualcosa.
La voglia dell'artista di non essere fermato e contenuto traspare forse di più, tra la ventina di opere esposte, nel "Guerriero", figura di un uomo che sembra imprigionato sotto un sacco di iuta dal quale cerca affannosamente di liberarsi, con gli occhi chiusi e i denti stretti.
Una ricerca di libertà che è stata concretizzata, del resto, anche nel nome dato al suo vernissage.
Gli elementi usati dall'artista sono balisari: legno, tela, colla, plastica, acqua. Il lavoro per renderli vivi è da artigiano, fatto di pazienza, come si volesse dar vita a delle sculture.
Infine, l'uso dell'oro, anch'esso elemento che nasce da pietre ma duttile e prezioso.
Il contrasto, nelle opere, tra la povertà dei sacchi e la ricchezza di questo metallo è solo apparente; tutte le materie, infatti, sono ideate per essere plasmate e lavorate a piacimento, usando acqua e fuoco, manualità e teoria. Il valutare la ricchezza o meno di una qualcosa è spesso arbitrario; ciò che viene oggi considerato banalmente pietra, domani potrebbe essere rivalutato, in un gioco infinito al dualismo.
Ecco perchè l'oro si mescola e si fonde qui con il resto delle "povertà"; nell'unione, del resto, sta la ricchezza del tutto. Compresa la libertà.

-Pezzo uscito il 03/07/2007 sul Quotidiano della Sera di Roma-

02 luglio 2007

Shattered Dreams

HEBRON, WEST BANK 1997
Israeli soldier guarding Jewish settlers in the Avraham Avinu quarter of Hebron

Picture by Judah Passow

Ute Lemper. "The moon over Berlin and Paris and the world"

Prosegue con ottimi riscontri di pubblico il Festival Cosmophonies ad Ostia Antica, che il 5 luglio avrà in cartellone un appuntamento da non perdere. Ute Lemper va in scena con la prima delle tre tappe italiane -qualche giorno dopo sarà a Bari e ad ottobre a Milano- del tour di Ute Lemper, "The moon over Berlin and Paris and the world".
La cantante ed attrice tedesca ha ideato per questa serata un viaggio ideale attraverso le canzoni d'amore proprie del repertorio dello storico cabaret tedesco (Friedrich Hollaender) e parigino (Edith Piaf, Jacques Brel), cui ha aggiunto l'interpretazione di Bertolt Brecht e Kurt Weill e le canzoni più famose della cultura mittleuropea degli anni Sessanta-Settanta, elementi del proprio universo personale.
Nata a Munster, in Germania, e considerata l'erede di Marlene Dietrich, Ute Lemper è artista poliedrica e cosmopolita, attrice, cantante e ballerina, in grado di recitare in "Pret à porter" di Robert Altman piuttosto che di ricevere il Premio Molière come migliore attrice di musical (per il ruolo di Sally Bowles di "Jerome Savary's Cabaret") .
Sul palco di Ostia Antica salirà insieme a quattro musicisti: Vana Gierig al pianoforte, Mark Lambert alla chitarra, Don Falzone al basso e Todd Turkisher al tamburo.
Alternando musica classica a quella di genere, la Lemper accosterà brani di grandi interpeti - come "Bilbao Song" di Brecht e Weill o "Ne me quitte pas" di Breil- ad altri scritti da lei, omaggiando anche la canzone italiana con l'interpretazione di "Caruso" di Lucio Dalla e di "Ai giochi addio", tratta dal film "Romeo e Giulietta" di Franco Zeffirelli.
"The moon over Berlin and Paris and the world" si presenta come una sintesi tra la leggerezza della produzione musicale moderna e quella impegnata contro la guerra, tra i ritmi propri del jazz e le tipiche melodie del dopoguerra, tra la cultura europea e quella newyorkese e di Broadway, da cui la Lemper si sta facendo affascinare sempre più.


Pezzo uscito il 2/07/2007 sul Quotidiano della Sera di Roma-

100 Años Compay

Per commemorare i cent'anni della nascita di Compay Segundo, il più celebre musicista cubano al mondo, scomparso qualche anno fa, il Festival Cosmophonies di Ostia Antica ha ospitato il Grupo Compay Segundo lo scorso 29 giugno.
Formatosi dopo la scomparsa dell'artista cubano per volontà dei suoi due figli, Salvador e Basilio-, il Grupo Compay Segundo ha riproposto sotto una nuova veste le musiche della storica band latinoamericana, avvalendosi anche della preziosa collaborazione di artisti solisti e dell'Orchestra Città di Ferrara, che, con i suoi trenta elementi -diretti da Stefano Mazzoleni-, hanno fatto dello spettacolo una grande festa sudamericana.
Oltre, perciò, alle più rinomate e conosciute canzoni di Compay Segundo -che hanno anche costituito la colonna sonora e la trama del film "Buena Vista Social Club" di Wim Wenders-, nel corso della serata sono state anche proposte alcune delle più famose melodie caraibiche ("Besame mucho"di Consuelo Velàsquez e "Perfidia"), oltre a "Las Flores de la Vida", brano composto da Compay Segundo per Papa Giovanni Paolo II ed interpetato dal tenore Francesco Grollo.
L'idea di presentare al pubblico uno spettacolo in cui il Grupo suonasse insieme ad un'orchestra sinfonica è nata dalla volontà dei successori di Compay Segundo (il cui vero nome era Maximo Francisco Repilado) di rispettare le stesure originali e i ritmi tipicamente latinoamericani delle loro musiche, aggiungendo però quella maggiore forza e colore che provengono da un'orchestra sinfonica. Volendo proporre, dunque, la tradizione rinnovata da sonorità più ampie, la collaborazione di Stefano Mazzoleni e del chitarrista Massimo Scattolin sono state in tal senso fondamentali.

Tango ed Eros

Giovedì scorso, il 28 giugno, si è aperta la decima edizione del "Festival Cosmophonies" di Ostia Antica con uno spettacolo d'eccezione: "Tango ed Eros", breve ma intensa storia del Tango, dalle origini fino alle rivisitazioni contaminate col jazz ed il blues, tipiche degli anni Novanta del Novecento.
Il premio Oscar per le musiche de "Il Postino", Luis Bacalov, ed Anna Maria Castelli, unica cantante europea a cui, dopo Milva, sia stato concesso di cantare Tango in Argentina, hanno, per la prima parte dello spettacolo, interpretato brani di Tango Argentino, spaziando da riletture e riscritture originali di Bacalov ai tanghi classici di Enrique Santos Discépolo, Carlos Gardel, Juan Viladomat Masanas ed Astor Piazzolla. Tra le composizioni originali del Premio Oscar, anche "Ricercare Baires1" -un omaggio fatto a Carlos Gardel in occasione della registrazione del suo disco-, anche questo accompagnato dalla voce di Anna Maria Castelli, sempre più considerata nel mondo "la voce del Tango".
La seconda parte di "Tango ed Eros" ha visto salire sul palco l'ensemble strumentale dei Tangoseis, composta da Gilbero Pereyra, Vicky Schaetzinger, Mauro Rossi, Franco Finocchiaro e Mauro De Federicis. Specializzati nell'interpretazione di Astor Piazzolla, i Tangoseis hanno suonato alcuni brani del repertorio del compositore italo-argentino, che, più di qualsiasi altra musica, si prestano ad una realizzazione corale con molti strumenti. Due coppie di grandi ballerini di Tango Argentino, Alex Cantarelli & Mimma Mercurio e Patricia Hilliges & Matteo Panero, hanno invece interpretato, danzando, i brani proposti dai Tangoseis.
Lo spettacolo si è concluso sulle note della celebre "Cumparsita", che ha visto sul palco entrambe le coppie di ballerini danzare insieme, dopo gli assoli di coppia con cui si sono esibiti nel corso della seconda parte.